Pietrabissara e le cave di arenaria
Pietrabissara, frazione di
Isola
del Cantone, è l'ultimo centro della Valle
Scrivia all'interno della provincia di Genova ed è anche
il paese più a nord della Liguria; la prima costruzione che
colpisce chi lo attraversa è il
palazzo
marchionale, sede degli Spinola a partire dal XVII
secolo, dopo che gli stessi avevano abbandonato il castello sulle
alture. Le prime notizie su Pietrabissara risalgono all'XI secolo
anche se in realtà viene nominata dal Caffaro solo nel 1121;
poi la sua sorte si lega a quella degli altri feudi imperiali; anche
qui troviamo la presenza di un castello che forse in origine era
una torre di avvistamento, vista la posizione arroccata della costruzione,
e sotto un agglomerato di costruzioni rurali. All'epoca dei feudi
imperiali c'erano la chiesetta di
Santa
Croce e la cappella nel palazzotto; tuttavia non
c'è traccia del ponte su Rio Borlasca. Intorno al 1800 da
un rilievo per la costruzione della strada napoleonica si vede un
ponte all'altezza delle ex scuole elementari; rimane solo un muro
a secco, l'opera non dovrebbe che essere durata circa 200 anni.
La strada attuale ricalca l'antica via napoleonica ma ha probabilmente
cambiato 1'aspetto originario del paese; il livello della via fu
abbassato di un metro circa, così da facilitare la costruzione
del ponte e questo fece sì che fosse necessario aumentare
il numero di gradini che portavano alle antiche abitazioni e alla
cappella del paese. Lo stesso venne fatto per il Palazzo Spinola;
venne modificato l'ingresso così da ricreare il dislivello
all'interno dell'atrio e fu abbassato il portale. Gli edifici che
oggi appaiono posizionati obliquamente rispetto all'asse della strada
sono quelli che esistevano ancora prima della realizzazione della
strada Regia e possono essere riconosciuti anche dai portali in
arenaria e dai gradini di accesso. A proposito dei portali, si tratta
di un tipo di realizzazione unico in Valle Scrivia e molto simile
invece a quello realizzato in Lunigiana; il fatto si spiega con
la presenza in zona di cave di pietra arenaria. Per questa ragione
giunsero in zona da Fivizzano e da altri paesi della Lunigiana,
da Colegnago e dalla Svizzera, cavatori di pietre che importarono
nel paese della Valle Scrivia stili architettonici estranei alla
nostra valle. L'utilizzo della pietra estratta è testimoniata
da portali in puddinghetta e arenaria, paracarri, canali, vasche,
tombini, lavandini, davanzali, mensole, vasi ornamentali, scalini,
colonne e capitelli. La pietra fu largamente utilizzata fino agli
anni '50, dopodiché fu usata solo per l'estrazione di massi
per la difesa costiera. In ogni caso la pietra estratta dalle cave
contribuì anche alla realizzazione di attrezzi agricoli più
durevoli e funzionali (greppie, àrbio, lùasso, trogoli)
e a quella di mezzi di trasporto. Segno del fatto che molto affidamento
si faceva sull'agricoltura sono i cinque mulini che erano presenti
in zona. Tornando alle cave, esse erano quattro: la 'Strinà"
nei pressi del castello, la 'Canfain", la "Boggio"
e la 'Cavagrande ", queste ultime sulla sinistra del rio Borlasca.
Impiegate nelle cave erano diverse categorie di lavoratori; i meglio
pagati erano gli scalpellini, c'erano poi gli addetti al trasporto
massi e in ogni cava era presente anche un fabbroferraio che tra
le altre mansioni copriva quella da maniscalco e costruttore utensili.
C'erano poi impieghi più pericolosi: il "fughin"
ad esempio, aveva il compito di accendere la miccia della carica
esplosiva. Si cercava la roccia sana, la si perforava a mano facendo
un buco di 8-10 centimetri di diametro e la si riempiva di polvere
nera collegata ad una miccia a lenta combustione (negli ultimi anni
di attività invece la si perforava con il martello pneumatico
e le mine erano tirate in serie). Il fughin, che si occupava appunto
di accendere la miccia, aveva a disposizione non più di tre
o quattro minuti per fuggire. Un altro impiego assai pericoloso
era quello degli addetti al fronte della cava; questi dovevano far
franare i massi in bilico, appesi ad una fune e molti morirono sotto
il peso di massi precipitati e franati, come testimoniano alcune
lapidi di tombe nel cimitero.