Parrocchia di San G.B. Decollato
a Montoggio, comune di Montoggio
Le
origini della chiesa di Montoggio
sono ignote e non è possibile fissare una “data di nascita”; il tempio
su cui è sorta l’odierna chiesa era, probabilmente, antichissimo,
mentre della primitiva forma è possibile dire solo che: “Mons.
Bossio visitandola nel 1582, la ridusse a due altari, mentre il Cardinale
Durazzo, Arcivescovo di Genova, ve ne trovò tre, cioè, quello del
S.S. Rosario, di S. Antonio Abb. e l’altare maggiore”.
Nel 1692, poiché la chiesa era insufficiente ad ospitare la numerosa
popolazione venne deciso di raderla al suolo e, nello stesso luogo,
innalzare una nuova chiesa, che è quella attuale e che, in realtà,
mantiene parte della struttura muraria originale.
Il sacerdote Luigi Tiscornia, nel suo libro del 1891, dice: “in
tre ampie navate sorge maestoso l’odierno tempio della chiesa parrocchiale
di Montobbio, per grandiosità di mole e per eleganza di architettura
riputato un vero gioiello dell’arte.
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Il Sacerdote A. Remondini non esitò a scrivere che la chiesa di
Montobbio è una magnificenza fra i monti; e, che se fosse ornata di
fregi competentemente alla sua struttura, la cederebbe di poco a qualsiasi
anche bellissimo tempio delle liguri riviere. Chi ne curò la costruzione
si ispirò all’architettura della chiesa di N.S. delle Vigne in Genova,
e, su tale modello, la fece a tre navi con 12 colonne in cotto, binate,
e reggenti tre arcate per lato. Ne di ciò saranno a far meraviglie
qualora si sappia, che l’impegnatissimo per detta costruzione fu appunto
un Canonico delle Vigne, Angelo Maria Pesciallo, già Parroco di Montobbio.
Così rilevasi da un lettera del R. Francesco Rimassa Arciprete
di Montobbio, il quale, scrivendo all’Arcivescovo Lercari di cappellania
e d’una Cappella fondata dal prefato R. Pesciallo, aggiunge “Cappella
fatta a sue spese come anche la Chiesa nuovissima della cui fabbrica
egli (R. Pesciallo) dopo essere stato Parroco per più anni, fu il
procuratore, il disegnatore, e nella quale aveva posto tutto il suo
cuore”.
L’erezione di detta fabbrica risale alla seconda
metà del secolo XVII; è poi certissimo che tra il 1677 e il 1669 ne
venia costruito il coro. Le sue dimensioni sono in lunghezza metri
34,18; in larghezza metri 19,46 con un’altezza di metri 18,50”.
Nella parrocchiale si possono ammirare opere d’arte di importanti
autori genovesi del Seicento che sono state, in tempi recenti, quasi
tutte restaurate. Nella navata sinistra, sopra il primo altare è collocato
un Presepe di autore ignoto; nella seconda cappella si trova un’opera
di Bartolomeo Guidobono, “La Madonna del Suffragio, San Nicola
e le anime purganti”, dipinto fra il 1697 e il 1698 mentre nella
cappella in cima alla navata laterale si trova una pala del Fiasella, “Il rifiuto del donativo al tempio”,
già appartenente alla chiesa dei S.S. Bernardino e Alessio. Nel presbiterio,
una di fronte all’altra, si trovano “L’elemosina di San Antonino”
di Giovanni De Ferrari, proveniente dalla chiesa genovese di S. Domenico,
e “La Vergine e moltitudine di Santi” di Aurelio Lomi.
L’altare maggiore, dedicato a San Giovanni Battista, è realizzato
secondo il gusto del Seicento. Il paliotto è rettangolare, con intarsi
in marmi policromi, il tabernacolo è a forma di tempietto ottagonale.
La pala collocata nell’abside raffigura la “Decollazione del Battista”
di Orazio De Ferrari, di epoca prossima al 1750 e che, in passato,
fu erroneamente attribuita a Van Dyck. Sull’altare della cappella
che si trova in cima alla navata laterale destra si trova un altro
dipinto del Fiasella, “Santa Chiara che mette in fuga i Saraceni”,
opera firmata e datata 1667, originariamente eseguita per la chiesa
delle suore Clarisse di S. Leonardo; nella prima cappella, lungo la
navata di destra, tornando verso l’ingresso, si trova una pala dell’altare
di Anton Maria Piola, “La Vergine col Bambino e San Giuseppe, con
i santi Giorgio, Antonio Abate e Antonio da Padova”; nella seconda
cappella troviamo una pala di Giovanni Andrea Carlone (1749-1697),
le “Sante Lucia e Appollonia e San Pasquale Baylon in adorazione
dell’Eucaristia” e, infine, sull’ultimo altare di destra si trova
la “Madonna con il Bambino” dello scultore Francesco Merciano.
A completare il ricco corredo di opere d’arte
troviamo, in sacrestia, un crocifisso ligneo del Seicento, alcune
statue del Settecento genovese ed una tela con una “Sacra Famiglia
adorata dagli Angeli”, oggi reintelata ed in attesa di restauro
pittorico, completano lo straordinario corredo artistico della chiesa
parrocchiale di Montoggio. Si tratta in definitiva di una quadreria
di eccezionale bellezza, che sottolinea il desiderio di dotare la
chiesa di un corredo adeguato di opere di valore, nella consapevole
ricerca di un esito di grande prestigio per il paese.
La Pinacoteca segue, nel
periodo estivo, il seguente orario:
Sabato dalle 9 alle 12 e Domenica dalle 9 alle 12
Bartolomeo Guidobono, La Vergine e
le anime purganti:
( navata sinistra, II cappella) L'esecuzione di questo dipinto
si pone al 1697-98.
Si tratta di una delle pale dell'altare di maggiore impegno
tra quelle eseguite dal prete savonese.
L'opera rivela l'artista nell'ormai acquisita padronanza dei
propri mezzi espressivi, quando, maturate le giovanili meditazioni
parmigiane sugli esempi del Correggio, tende ad abbandonare
l'intenso chiaroscuro che aveva impreziosito opere come le quattro
Storie di Abramo e Loth di Palazzo Rosso, per schiarire
la tavolozza alla ricerca di un'espressione barocca e smaterializzata.
Giovanni Andrea De Ferrari,
Elemosina di S. Antonino:
(presbiterio, parete sinistra) Questo dipinto, che proviene
dalla chiesa genovese di S. Domenico, è forse, insieme alla
Decollazione del Battista di Orazio De Ferrari, l'opera
di maggiore interesse sia della parrocchia che dell'autore
stesso. La composizione, nonostante conservi evidenti reminiscenze
di opere strozziane come il Miracolo di S. Diego della
Parrocchiale di Levanto, rivela già il passaggio ad una tavolozza
più profonda e filtrata, suggerita dalla lezione del Van Dyck.
L'esecuzione del dipinto dovrebbe porsi intorno al 1624, per
le evidenti analogie stilistiche che presenta con la Predica
di S. Tommaso al re delle Indie della chiesa genovese di
S. Fede, datata appunto 1624 dall'artista.
Domenico Fiasella, Il rifiuto del donativo
di Giuseppe al Tempio:
(navata sinistra, III cappella)
Quest'opera proviene dalla chiesa genovese dedicata ai SS: Bernardino
ed Alessio, in cui è registrata nelle antiche guide.
Riferibile alla maturità del Fiasella, denuncia un rilevante
impegno decorativo da parte dell'artista ed un'accuratezza d'esecuzione
invidiabile.
Giovanni Andrea Carlone, SS. Lucia, Apollonia e Bernardino:
(navata destra, I cappella) Questa pala, appartenente con tutta
probabilità a G. A. Carlone, si accosta, specialmente negli
ampi gesti dei protagonisti e nella morbida resa dei panneggi,
all'Annunciazione della chiesa genovese di N.S. delle
Vigne.
La datazione dell'opera è probabilmente riferibile al 1670,
dopo il ritorno dell'autore da Roma.
Anton Maria Piola, La Vergine, S. Giorgio, S. Antonio Abate da Padova:
(navata destra, II cappella) Si tratta di uno di quei dipinti
attribuiti ingiustamente al pennello di Domenico Piola. In realtà
aderisce perfettamente allo stile più statico e pesante del
figlio, Anton Maria. Per quanto riguarda la possibile datazione
del dipinto si ipotizza che l'esecuzione della pala non debba
oltrepassare lo scadere del XVII secolo.
Aurelio Lomi, La Vergine e la moltitudine di Santi:
(presbiterio, parete destra) Si tratta di una delle opere migliori
eseguite dal Lomi durante il suo soggiorno genovese (1597-1604).
L'artista riesce qui, malgrado la difficoltà di mettere d'accordo
una così gran moltitudine di Santi, a mantenere nel dipinto
un certo ordine composito, scalando i protagonisti su diversi
piani ed inscrivendo il gruppo centrale con la Vergine in un
ideale anello prospettico formato dagli altri personaggi.
Domenico Fiasella S. Chiara mette in fuga i Saraceni:
(navata destra, III cappella)
Originariamente eseguita per le Clarisse di S. Leonardo, nella
cui chiesa, attraverso i secoli, viene sempre annotata dal critico
Soprani in poi, quest'opera è firmata: DOMINICUS FIAS.LA
SARZ.S ANNO 1667 - AET- SUE- 77.
Si può condividere il giudizio del Soprani su questa tela: "...e
per le Monache di S. Leonardo una Santa Chiara che col Santissimo
nelle mani incontra i Saraceni, e miracolosamente li mette in
fuga, e scompiglio, quali opere nè in franchezza di pennello,
nè in fantasia di componimento cedono pronto a molte altre colorite
da esso negli anni più floridi e giovanili".