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  Il Porale, comune di Ronco Scrivia  
  Dal rione Villavecchia di Ronco Scrivia  si diparte una ripida strada che conduce alla frazione del Porale, passando per i villaggi di Cipollina e Banchetta.  Erano queste le zone nelle quali si snodava la romana Via Postumia, che collegava la città di Genova con la pianura e che ancora per tutto il Medioevo costituiva il più noto e frequentato transito commerciale e militare.
I monaci cistercensi, proprio allo scopo di fornire asilo ai viaggiatori, fondarono, il 13 giugno 1208, l’Abbazia del Porale, sulle cui rovine fu costruita una Cappella.
La data corrisponde alla concessione fatta dal vescovo di Tortona ad Ottone, abate del monastero cistercense di Rivalta; quest’ultimo, così, ottenne di poter costruire nel territorio della pievania di S. Maria di Ceta una Chiesa con monastero. L’utilità era quella di offrire ospitalità ai viandanti che percorrevano la Postumia inferiore, lungo la quale esisteva il pericolo di essere assaliti dai banditi. La tradizione narra che, durante il suo peregrinare, anche Dante fosse giunto al Porale ed avesse ottenuto ospitalità dai monaci cistercensi.
Come tutte le edificazioni dei Cistercensi anche quella del Porale venne dedicata a Maria.
L’Abbazia, nell’arco della sua esistenza, sia per la sua posizione strategica, sia per la sua collocazione in un luogo di importanza logistica, nei pressi di una fontana, detta del Perogallo, ottenne fama in tutta la zona,urono molti i nobili che le elargirono donazioni in denaro (Enrico Doria per esempio, e ancora Giovanni di Voltaggio, Gerardo di Pareto e Enrico di S. Cipriano per citarne alcuni) e in beni (Orsa di Savona lasciò oltre a sessanta lire i suoi panni da letto ed i suoi indumenti), tanto che papa Innocenzo III, in una bolla pontificia, le conferiva il privilegio di dipendere direttamente dal pontefice e non dai vescovi di Tortona e di Genova; per questo motivo l’Abazia versava una tassa annua alla Santa Sede. 
Questi sono forti segnali dell’importanza raggiunta dal monastero. Siamo nella prima metà del XIII secolo e nonostante questi privilegi ed i molti possedimenti che risulta avesse, è probabile che l’Abbazia del Porale non vivesse un periodo di floridezza economica, anche se non è da escludere che questa difficoltà sia limitata ad un arco di pochi anni e da imputare principalmente ad una incapacità di far fruttare al meglio tutti i suoi possedimenti. Da alcuni documenti risulta che nel 1239 fu presa a mutuo una certa somma di denaro utilizzata per acquistare vesti per i monaci e per coprire debiti che pesavano sul bilancio.
Da notare è il fatto che solitamente colui che si occupava degli aspetti temporali all’interno dei monasteri non doveva essere un rappresentante del clero ma un laico chiamato “advocatus” come stabilito già nell’undicesimo sinodo di Cartagine del 407.
 
  Nella’Abbazia del Porale invece l’advocatus era un monaco converso, che è sì un laico ma pur sempre frate e questa è proprio una delle innovazioni dell’Ordine cistercense.
Purtroppo è poco quello che si sa su questo monastero. Sappiamo che uno degli abati, Stefano, incorse addirittura nella scomunica, ma non ci si aspettino motivazioni scottanti o implicazioni pericolose; semplicemente non aveva pagato le tasse alla Camera Apostolica entro i termini di scadenza!
Dopo l’abbandono dei monaci, il 27 ottobre 1481, papa Sisto IV Della Rovere ne decretava la soppressione. Il Monastero di S. Maria del Porale venne incorporato al priorato di S. Teodoro a Genova retto dai Canonici Regolari Lateranensi al quale rimase fino a quando, nel 1750, fu venduto al marchese Napoleone Spinola conte di Ronco Scrivia. Ad esso andarono tutti i beni che facevano parte del monastero esclusa però la cappella di S. Maria.  I Canonici Lateranensi si impegnarono a tenerla sempre in ordine e ad officiarvi una messa festiva a proprie spese.
Sembra che, molto amareggiati dalla vendita di tutti i beni conquistati con tante fatiche dai loro avi, gli abitanti di Porale, Cipollina, Tana d’Orso, Banchetta e dei luoghi circostanti vagarono per alcuni giorni nei monti; gli agenti inviati dal Marchese Napoleone Spinola furono presi a sassate.
Del monastero, oggi, rimane solo qualche macigno, che è stato posto sopra all’altare dell’attuale cappella, al cui interno si trova l’affresco Madonna tra i Santi Giacomo e Filippo, databile al 1446 e probabilmente ridipinto nel Settecento. Il medaglione con corona con al centro una croce raggiata ed in basso un angioletto posto sopra il portone d’ingresso provengono anch’essi dall’Abbazia.
Ritornando al Porale, esso è un’importante meta turistica e dalla sua vetta il belvedere che si apre agli occhi dello spettatore vale la lunga passeggiata per giungervi.
Il paesaggio circostante, soprattutto nel periodo autunnale, ricorda quello delle highlands inglesi, grazie al proliferare dell’erica, che, a settembre, fiorendo lo colora di porpora.
I paesi di Cipollina e Banchetta, che gravitano attorno alla cappella, sono pressochè deserti nella stagione invernale, ma salendo sullo spartiacque, da dove si vede tutta la Valle Scrivia, ci si imbatte in una specie di miraggio: Tana d’Orso.
Tana d’Orso è una piccola Eldorado dell’agricoltura. A differenza di ciò che è avvenuto nelle zone d’altura della vallata, qui il paese è riuscito a sopravvivere alla diaspora che ha sfollato l’Appennino ed i terreni circostanti sono molto fertili e ben curati dalle sapienti mani dei contadini.
 
 
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