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Savignone, la perla dellappennino ligure. Città
giardino, villette elegantissime. Così veniva definita Savignone
nelle vecchie pagine pubblicitarie dell’e dizion e
1927 della guida Landolina, nella quale non si mancava di precisare
posizione incantevole, eminente. Frequentatissima nella stagione
estiva.
A distanza di oltre settant’anni, Savignone non ha perso la sua
fisionomia di capitale turistica della valle, godendo di
una posizione di privilegio sugli altri paesi, essendo stata costruita
su di una gigantesca frana staccatasi in epoche remote dal Monte
Pianetto, che ha spianato il territorio su cui sorse il primo nucleo
del paese. Attualmente il territorio del Comune si divide in
quattro frazioni: Savignone centro, San
Bartolomeo, Vaccarezza
ed Isorelle. Le origini del paese sono quindi particolarmente antiche,
come è testimoniato dal ritrovamento di materiale ceramico, oggi
custodito nel Museo Archeologico
di San Bartolomeo, datato all’età del Bronzo Medio (XIV secolo
a.C., presso la frazione di Renesso) da due tombe del IV secolo
a.C., in località Camiaschetta, e da un villaggio ligure-romano,
che prende il nome dal luogo di rinvenimento, Refundòu.
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Qui sono state individuate costruzioni in legno rettangolari, che
appoggiavano su fondazioni in pietra, con tetti ricoperti di paglia.
Il periodo della decadenza dell’Impero Romano si saldò a Savignone
col regno barbarico di Liutprando, che nel 725, secondo la tradizione
venne nel paese ad accogliere le spoglie mortali di Sant’Agostino,
per trasferirle a Pavia. Il corteo funebre passato da Sampierdarena
lungo la Valpolcevera, salito al colle della Vittoria e disceso su
San
Bartolomeo, fu collocato a Savignone nella primitiva chiesa, sorta
sul vicus romano dopo la diffusione del Cristianesimo. Si
racconta che, al momento di riprendere il viaggio, le reliquie non
si poterono smuovere. Fu allora che re Liutprando promise un terreno
su cui erigere un monastero alle dipendenze di
San Pietro in Ciel D’Oro di Pavia. Il corteo poté riprendere il
viaggio verso la pianura ed a Savignone, nel luogo che la tradizione
da allora iniziò a chiamare San Sarvòu, sorse una cella monastica,
mentre le chiesa locale, in memoria del grande avvenimento, assunse
il titolo di San Pietro. Anche in questo casso la realtà storica si
maschera alla leggenda, ma alla donazione di Liutprando fanno riferimento
annali anteriori al Mille e ad essi aggiunge credibilità la scoperta
delle fondazioni del convento benedettino di
San Salvatore. Tra i fatti descritti e la costruzione del castello
nel 1207 corre un discreto lasso di tempo, ma a Savignone l’età barbarica
e l’età feudale si saldano proprio in quei ruderi sullo sperone di
roccia che sovrasta il paese. |
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Nel X e XI secolo, il territorio venne
ad integrarsi nella giurisdizione di ricche e potenti
famiglie, a cui subentrarono negli anni i vescovi di Tortona, conferiti
di autorità temporale da re Ottone I. Al contempo, al potere
temporale esercitato dalla Chiesa tortonese sul territorio si affiancò
anche quello dei marchesi di Gavi, che a loro volta infeudarono i
Signori di Savignone. Il gioco dinastico ed altre vicende politiche
determinarono, entro le prime decadi del XIII secolo, lo sfaldamento
di queste dominazioni, delle quali era già precaria l’intera struttura
territoriale. Verso la metà del XIII secolo, i Fieschi acquisirono
Savignone, o parte di esso, da un consortile di signori locali, in
un periodo particolarmente favorevole alla famiglia, poiché godeva
dell’appoggio di papa Innocenzo IV e del cardinale Ottobono. Non si
conosce esattamente la data dell’acquisto, in ogni modo essa dovette
avvenire certamente prima del 1252.
Per lungo tempo, i Fieschi esercitarono pieno potere sul territorio,
bandendovi leggi e statuti a seconda delle circostanze e dei tempi
e godendo di un’autonomia politica totale. Infatti, la signoria di
Savignone, che "de jure" dipendeva dall’impero, di
fatto fu, per oltre cinque secoli, governata dai condomini Fieschi
con poteri praticamente illimitati, rimanendo per quanto più possibile
indipendente dalle potenze confinanti. Infatti, l’imperatore interveniva
raramente e solo in circostanze che potevano rappresentare dei vantaggi
per la sua politica generale. Il primo dicembre 1495 l’imperatore
Massimiliano I concesse a Gian Luigi Fieschi il Vecchio
l’investitura sul feudo, rinnovata nel 1548 dall’imperatore Carlo
v a Ettore Fieschi Seniore.
Pervenute quasi tutte le porzioni del feudo di Savignone nella discendenza
di Ettore Fieschi Seniore, si arrivò, il 16 aprile 1678, alla
divisione della giurisdizione tra i suoi due pronipoti, Innocenzo
e Girolamo Fieschi. I due fratelli, consignori contemporaneamente
del feudo di Savignone e della Croce
e compartecipi di Mongiardino, decisero di dividere le tre giurisdizioni
"solamente per troncare, le discordie che la possessione
in comune faceva nascere". L’atto fu rogato nel palazzo
comitale di Savignone dal notaio Pier Giuseppe Tagliavacca e sancì
l’assegnazione al conte Innocenzo Fieschi del feudo della Croce e
sue appartenenze, a Girolamo Fieschi del borgo e castello di Savignone,
con ville già appartenenti al feudo, mentre il feudo di Mongiardino
toccò in dote alla contessa Tomasina Spinola, loro madre. In seguito,
il conte Girolamo Fieschi comprò nel 1685 alcune porzioni feudali
chiamate Frasinello,
Chiappe e Senarega.
Con questo acquisto il feudo assunse la configurazione territoriale,
che manterrà per tutto il XVIII secolo, estendendosi sul territorio
di 12 parrocchie. Proclamata, nel 1797, l’abolizione dei feudi imperiali,
Savignone fu aggregato nel nuovo distretto dei Monti Liguri Occidentali
ed Orientali. Il possesso dei beni patrimoniali e del castello
rimase ai Fieschi, nella discendenza di Agostino Innocenzo. La famiglia
si estinse quando, il 27 luglio 1827, morì il conte, padre dell’unica
erede, Carlotta Fieschi, che sposò Nicolò Crosa di Vergagni. La famiglia
Crosa di Vergagni escluse per sempre il nome dei Fieschi dai possedimenti
di Savignone, diventando unica proprietaria dei beni posseduti, da
tempo illimitato, dagli antichi feudatari. |
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