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  Sarissola: vita religiosa e vicende nel XVI secolo  
  "Alcuni documenti legati a vicende religiose, conservati prevalentemente presso l’Archivio della Curia Vescovile di Tortona e analizzati e studiati da Lorenzo Tacchella, permettono di costruire un quadro ricco della vita cristiana dell’epoca, oltre che rappresentare una fonte insostituibile per delineare la situazione morale di Busalla e Sarissola.
Proprio a questo proposito esiste una relazione risalente al 4 novembre 1566, redatta in seguito ad un processo riguardante la Parrocchia di San Giorgio di Sarissola. La prima persona ad essere interrogata fu l’allora podestà Cristoforo Cassano, il quale fu invitato ad esporre la sua opinione riguardo al rettore della chiesa don Gio Batta De Ferrari di Serravalle; ecco le sue parole: "...è persona
semplice, benché non sii intelligente come doveria... qualche volta fa alcuni barbarismi. Io non ho mai sentito che abbia dichiarato l’Evangelio, ma ben ha publicato i decreti del Concilio sopra li matrimonii et altre cose".Questa opinione riguardo al sacerdote verrà formulata da altre persone interpellate nel corso del processo; Gio Batta Spinola dirà che "il prette non fa dichiaratamente l’evangelio né d’altre cose pertinente alla vita cristiana salvo che pubblica in chiesa li editti et li ordini fatti sopra li matrimonii secondo il Concilio". Gio Boccardo dichiarerà che "il nostro prette per quel poco tempo che
è stato qui et per quello che avemo potuto cognoscere è un poco ignorantetto et poco accorto; del resto vive et si governa bene e da religioso et non ho inteso di lui cosa alcuna mala. Detto prete dice pur qualche cosa in chiesa ma non dechiara l’evangelio e credo lo farebbe se sapesse, come essendo la sua volontà buona". Insomma, il prete in chiesa non spiegava il Vangelo ai fedeli, ma questo non era per loro un motivo di lamentela; in fondo la ragione era da ricercarsi solo nell’ignoranza del sacerdote, se avesse avuto maggiore cultura
certo ne avrebbe parlato!
Lo stesso don Gio Batta de Ferrari di Serravalle era anche rettore della Parrocchia di Busalla; il rev. D. Pietro Roveda, giunto in visita a Busalla con mandato del vescovo di Tortona nel 1574, ordinò al suddetto sacerdote di spiegare il Vangelo al popolo e di invitare i fanciulli alle lezioni di catechismo, tenendo separati i maschi dalle femmine. Vietò inoltre la tumulazione di defunti in Chiesa tranne che per quanti fossero in possesso dello "jus sepulchri". Infine, proibì l’ingresso in chiesa alle persone armate; nel caso ciò fosse accaduto, invitò il prete a sospendere ogni celebrazione.
Veniamo ora alla vita morale dei cittadini; sempre nel corso del processo inquisitorio del 1566 il podestà di Busalla fu interrogato riguardo al comportamento dei parrocchiani. La sua risposta fu la seguente: "Sono quattordici mesi incirca che sono qua podestà e del 1544 op. 1545 fui qua podestà per alquanti mesi et questi huomini me pare che sian mal devoti et poco timorati d’Iddio; non frequentano la chiesa e la messa e tra gli altri più negligenti in andare a messa mi pare che vi sia Hieronimo Tagliavacca qual vedo ben alla chiesa talvolta alla messa, ma di rado, e Gio Antonio Chioca e Barthomea moglie di Antoniotto de Tamagni, qual si dice che non viene mai a messa".
Continuò poi: "Il medesimo Hieronimo Tagliavacca è stato bandito da Genova come ho inteso, de crimine pessimo sodomia… et quando vuol comettere tal delitto va in una casa rotta oltre il piazzaro de buzalla. […] Batta Spinola che si dice pubblicamente dormire con una sua fantesca chiamata Simonetta è tempo assai che sta seco et detta donna passa anni 50…". Interrogato a sua volta il citato Gio Batta Spinola confermò di tenere con sé una donna e viene esortato affinché la allontani. Disse anche che "Bernardino di Salvarezzo, habitatore in Sarizola sotto la detta chiesa avendo moglie ha commesso adulterio con una Santina figlia de Simon d’Agostino; e un altro tessitore da velluto che habita qua […] cognominato Cavanna, ha ingravedata una sua cognata, il nome della quale non lo so et ha partorito al credere uno figlio, et esso medesimo non si vergogna
di parlare di questo publicamente […]"
Tra quanti sono accusati di mancare alla messa vi era un certo Antonio Salvarezza che, interrogato a tale proposito, così rispose: "Io vado a messa alla chiesa nostra alla Guardia et alla chiesa di qua dall’acqua et è vero che talvolta manco alle feste per essere io caduto in povertà, et vergognandomi così di comparere tra la gente".
Il quadro, seppure incompleto, è molto interessante; da un lato la mentalità della gente, pronta a difendersi da accuse che forse oggi possono apparire ridicole (ma non troppo…) e, per farlo, disposti a dirottare l’attenzione su altri personaggi della comunità, secondo la formula ancora oggi tanto in voga: io ho fatto così, però Tizio… Dall’altro la vita religiosa di paese, tra un prete che non conosce il Vangelo, e un popolo povero pronto a difenderlo in nome dell’ignoranza".
Alessandra Ferlenga
 
 
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