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Savignone,
XVII secolo: il fenomeno del banditismo |
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(Tratto da Ilaria Boz, Un esempio di feudo imperiale nel Seicento: Savignone.
Potere, istituzioni ed economia)
ll feudo imperiale di Savignone, situato entro il dominio della Repubblica,
"anzi non più lontano dalla stessa Città, ch’una legha e
mezza", nella sua qualità di paese di confine, rappresentava
per il brigantaggio un punto di attrazione e di riferimento.
La Via dei Feudi Imperiali, dalla quale il feudo Fieschi
traeva numerosi benefici, offriva sempre la probabilità di ricchi
bottini. Si trattava di un percorso di molte miglia fra montagne
propizie alle imboscate: "i banditi stanno sui monti e tutto
vedono". Le faide interne tra i vari condomini Fieschi,
cui seguivano "gravissimi disordini", e le sempre
vive mire egemoniche genovesi, che fomentavano continui tumulti
e confusione, attiravano ulteriormente in Savignone quegli individui
cacciati dalla Repubblica per i loro delitti.
Le lettere di diffida e di protesta, inviate dalla Repubblica a
vari feudatari residenti in luoghi prossimi ai confini, erano numerose.
Un documento della fine del Cinquecento riferisce di tali esplicite
ammonizioni, testimoniando la scarsa efficienza dell’apparato amministrativo
genovese. La Repubblica esortava i feudatari, cittadini genovesi,
a non accogliere nelle loro giurisdizioni alcun bandito:
in caso di disobbedienza essi stessi sarebbero divenuti ribelli
e nemici di Genova. Tra gli ammoniti figuravano anche Ettore e Giulio
Fieschi, consignori di Savignone, Croce e Casella. Poiché chi proteggeva
"banditi" era accusato di complicità, Ettore Fieschi,
il 31 maggio 1599, così scriveva alla Repubblica di Genova:
«Desiderando io sommamente la quiete, e il pacifico stato di questa
giurisdizione di Savignone e dei luoghi vicini, e perciò di scacciare
[…] li banditi, e ladri e fomentatori loro, conforme anco […] a
comandamenti espressi di sua Maestà Cesarea […], ricorro con questa
mia supplica da VV.SS. Serenissime e le supplico con ogni affetto
che si degnino farmi gratia di comandare a un bargello che si trasferisca
qui quanto prima, accompagnato da alquanti corsi, acciò che gli
possa far consignare due sino in tre dei miei sudditi particolari,
che ho già condannato […], e come cittadino della Serenissima Repubblica
mi risolvo che servino più presto nelle gallere di VV.SS. Serenissime
che in quelle d’altri, quando però a loro non dispiaccia: et insieme
si degnino, comandare che con l’istesso bargello venga il carnefice,
ossia ministro di giustizia, per castigo parimente di un mio suddito
particolare […] condannato per aver partecipato con simili ladri
et assassini […]».
Sicuramente
su questa situazione dovette incidere, anche, la parziale tolleranza
della giustizia feudale nei confronti di chi commetteva reati fuori
della propria giurisdizione. Inoltre, la dimestichezza con i banditi
provocò inevitabili conseguenze nel tessuto sociale del borgo.
I sudditi abitavano un’area caratterizzata da attività agricole
di sussistenza, organizzate intorno al castagneto ed allo sfruttamento
del bosco e delle comunaglie. "Da questa povera gente allevata,
e nutrita in tal maniera, como che poco attenda alla coltivazione
della terra, che anche per se stessa è molto sterile, escono huomini
di mala vita che non havendo come nutrirsi riescono per lo più assassini
da strada", instaurando rapporti di collaborazione con
briganti e banditi. Per tutto il corso del XVI secolo, la situazione
non migliorò e Savignone rimase comodo rifugio per i delinquenti,
"li quali talvolta hanno con aperta forza assalito e con
incendi et altri misfatti fatto gravi danni alli sudditi".
Gli interventi della sola Repubblica non bastarono a soffocare un
brigantaggio che aveva come rifugio terre fuori del proprio dominio
e di pertinenza imperiale. Nel tentativo di controllare la criminalità,
anche le autorità feudali risolsero di riunirsi, persuase della
necessità di prendere misure estreme dinanzi al dilagare del banditismo
e al prosperare del contrabbando.
«Desiderando Noi
per quanto possiamo che i banditi, ladri et assassini, dei quali
continuamente è infestato non solo il Dominio della Serenissima
Repubblica, Patria nostra, ma ancora il luogo e giurisdizione nostra
di Savignone, siano estirpati et estinti, et sapendo che per tal
conto il Serenissimo Senato di detta Repubblica ha constituito,
et constituirà Comissari et Capitani di Campagna, i quali perseguino
essi banditi, ladri et assassini per agevolar noi i mezzi alle essecutione
dell’intenzione sopradetta richiesti da loro signorie Serenissime,
alle quali sommamente desideriamo in grazia et ogni altra occasione
compiacere, in virtù della presente patente loro concediamo et firmiamo
licenza et autorità delli detti Comissari et Capitani e qualunque
altri che, haverrano patente dalla Signoria Serenissima a questo
effetto di intrar nel luogo, iurisdizione, villaggi nostri di Savignone
insieme con soldati, huomeni e bargello, che condurranno con loro,
e far prigione o amazzar quelli banditi, ladri di strada, et assassini
che vi troveranno e prendendone vivi condurli nei luoghi dove haveranno
da essere processati e puniti senza contrasto, o, impedimento alcuno,
esclusi però tutti coloro che fossero banditi dal Dominio della
Serenissima Repubblica, i quali havessero domicilio e vivessero
quieti in detta nostra Iurisdizione […], comando a tutti i nostri
sudditi che permettano a voi Commissari e Capitani la libera, et
intera essecutione di quanto sopra […]. 8 settembre 1583».
I firmatari erano
i domini Francesco, Nicolò, Domenico, Pier Battista e Giovanni
Antonio Fieschi. I consignori del feudo si ritrovavano nella dichiarata
impossibilità di provvedervi con mezzi ordinari, quindi ripetutamente
erano sollecitati gli interventi genovesi a procedere.
Non diversamente da quanto accadeva nei feudi vicini, emerge chiaramente
un sistema di logica che difendeva l’autonomia della giurisdizione,
tollerando la presenza di malviventi cacciati dal territorio genovese
la cui condotta fosse regolare e "dichiarando però che tutte
le condanne pecuniarie e confiscationi de beni che occorressero
farsi contra nostri sudditi restino applicate al nostro fisco".
Ne risultava, indubbiamente, una situazione amministrativa problematica,
dalla quale appare evidente che "detti Signori benché concordi
non hanno forza da scacciare li banditi". Si trattava di
una condizione difficilmente contenibile, poiché la vastità del
territorio, l’esiguità delle forze a disposizione e la rete di connivenze
continuavano a costituire delle barriere di sicurezza attorno ai
banditi, che con relativa tranquillità restavano ad abitare quei
luoghi a loro familiari.
A nulla valse la serie di gride promulgate contro di loro.
I danni subiti, l’insicurezza ed il disordine, spinsero nuovamente,
nel 1620, alcuni feudatari Fieschi a sollecitare l’intervento genovese:
"Desiderando
che li banditi, ladri et assassini […] siano estinti, in virtù delle
presenti nostre lettere patenti eleggiamo e deputiamo l’Illustrissimo
Signor Mario Spinola fu Taddeo Commissario per la prefata Serenissima
Repubblica in tutta la riviera genovese contra banditi, ladri et
assassini di strada in Commissario nostro del detto nostro luogo
e sua giurisditione per quattro mesi da cominciare il giorno che
comincerà il suo Commissariato, dando autorità, facoltà e possanza
si ad esso come ai suoi luogotenenti, soldati, huomini e bargelli
di entrare nel detto nostro luogo e sua giurisditione, et ivi far
prigioni et ammazzare quei banditi, ladri di strada et assassini
che vi trovassero, e prendendone vivi di condurli in luoghi dove
a esso parerà, punirli e castigarli senza essere astretti all’osservanza
delle leggi, ordini e statuti come meglio ad esso Signor Commissario
parerà et in qualsivogli pena, compresa la morte et confiscatione
dei beni […], escludendo però quelli che […] haveranno salvacondotto
in scritto da noi e saranno stati notati in una delle Cancellerie
del prefato Serenissimo Senato".
Negli statuti di Savignone erano già previste severe pene sia contro i
banditi che contro chi li proteggeva. Inoltre, anche un semplice
forestiero era equiparato ad un bandito e costituiva un possibile
elemento perturbatore della comunità. Infatti, ogni volta che il
castellano a "guardia della rocca" vedeva arrivare
verso il borgo più di due persone a cavallo, aveva l’obbligo di
darne avviso, suonando una campana di giorno e con un tiro di cannone
"o di artiglieria" di notte. I Caporali delle diverse
località, eletti ogni anno a gennaio secondo il volere del Podestà,
dovevano quindi dare l’allarme, riunire i loro uomini armati, e
mettersi a disposizione. Nonostante le nuove ordinanze per meglio
regolare quanto era stato disposto in precedenza sul banditismo,
la situazione a Savignone rimaneva invariata. Nel 1623 la condizione
del borgo era così descritta in un lungo memoriale:
«Il
feudo imperiale di Savignone posseduto da diversi Consignori della
famiglia Fiesco, resta posto nelle viscere del dominio della Serenissima
Repubblica, anzi non più lontano dalla stessa Città che una lega
e mezza. Tra li sudetti Signori sono antiche et implacabili inimicizie.
Da che ne seguono gravissimi disordini, perché oltre la disunione
al comandare, essendo quei popoli divisi in fationi, et aderendo
chi ad uno, e chi ad altro, fomentano fra loro intensissimi odi,
e vivono continuamente con l’armi in mano […] onde poi seguono ben
spesso in quei contorni molte rubbarie, et ammazzamenti come tra
li altri occorse, non da molto, in persona di certo Signor francese
molto principale, che dopo esserli stato preso quanto haveva fu
anche miseramente ucciso […]. Di più per essere questo feudo tanto
vicino alla città, e molto comodo a delinquenti per salvarsi, vengono
anche a commettersi delitti più facilmente nel contado di essa Repubblica
[…]. Questi tali oltre che schivano la dovuta pena, restando poi
banditi dalle case loro riescono anch’essi per lo più grassatori
di strade. Moltiplicando in queste, et altre maniere tal sorte di
gente la detta Repubblica ne riceve danni pesantissimi non solo
nella borsa, dovendo continuamente mantenere una grande quantità
di soldati in campagna, ma anche nella reputazione del buon governo,
che professa. […]. Sarebbe cosa lunga narrare un’infinità di misfatti
horrendi seguiti in pochi anni, La gente uccisa, li mercanti svaliggiati;
e i cittadini presi nelli stessi borghi della Città dentro le loro
proprie case, e condotti via perché poi si ricattassero, tenendoli
intanto vivi sepolti nelle caverne e non venendo il riscatto fra
il termine statuito miseramente uccidendoli. Alli sudetti inconvenienti
resta sin ora inefficace qualunque rimedio applicato […]».
E’ da ritenersi che tale situazione, sia pure in qualche modo viziata
dal calcolo politico e diplomatico genovese, volutamente esagerato
per perorare la causa della Repubblica, ansiosa di appropriarsi
di quei luoghi e l’unica in grado di «mantenere il feudo quieto,
li Signori concordi e di scacciare li banditi», non dovesse
discostarsi molto dal vero. Un elenco dei processi celebrati nella
giurisdizione, ben sei esecuzioni capitali dal 1750 al 1650, testimonia
quel clima esasperato di illegalità:
«26
giugno 1750 Andrea Maragliano
23 marzo 1750 Agostino Beroldo di Croce di Savignone
9 marzo 1650 Agostino e Bianca Firpo, fratelli, di Clavarezza
25 aprile 1650 Francesco e Antonio Mereta di Croce di Savignone».
Nel XVII secolo, probabilmente a seguito di queste condizioni, alcuni
condomini cercarono di cedere le proprie quote di partecipazione
a cui la Repubblica si dimostrò benevolmente interessata.
Ilaria Boz
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