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  L'avvento dei Fieschi in Valle Scrivia.
(Con particolare riferimento al feudo di Savignone)
 
  (Tratto da Ilaria Boz, Un esempio di feudo imperiale nel Seicento: Savignone. Potere, istituzioni ed economia)

Originariamente abitanti la valle dell’Entella presso Chiavari, i Fieschi, conti di Lavagna, furono costretti dall’espansione genovese nel Levante a rinunciare ai loro diritti su Sestri e Lavagna, a diventare cittadini del Comune, e giurare la Compagna nel 1138, impegnandosi ad abitare almeno per due mesi all’anno in città. Dato il loro mancato inserimento nella logica genovese, dovettero successivamente sottoscrivere nuovi patti:
“L’anno 1157. Li Conti di Lavagna ivi nominati giurarono di far Compagna in perpetuo, e Consolato nella pieve di Lavagna in ordine dei Consoli di Genova, e di far guerra da Portovenere, sino a Monaco, e dal Giogo sino al mare come farà la Città di Genova, e salveranno i castelli, che il comune ha, et haverà, e perdendone aiuteranno con buona fede a ricoverarli in ordine de Consoli et senza ordine loro gli ricovereranno con buona fede se potranno, et altre cose come in detta comentione. L’anno 1166 a 23 di novembre li conti di Lavagna ivi nominati giurarono fedeltà al Comune di Genova, e fedele osservanza dei sudditi […]”.

Di nuovo costretti alla resa, nel 1173, insieme con i loro alleati Obizzo e Moroello Malaspina, dovettero nuovamente sottostare ad un provvedimento del Comune, che emancipava i loro contadini proclamandoli liberi “ab omni servitutis vincolo absoluti”. In seguito, Ugo, dei conti di Lavagna, detto Flisco, poiché prefetto del fisco imperiale in Italia ed il primo ad assumere il nome distintivo dei Fieschi, compresa l’inutilità di un’opposizione destinata al fallimento, cedette a Genova i suoi diritti sulla contea levantina e si trasferì in città, ponendo la propria residenza accanto alla cattedrale di San Lorenzo. Ugo rappresentò il caso di un membro della grande aristocrazia terriera ligure, che, approfittandosi della situazione creatasi, strinse nuove alleanze con le forze finanziarie genovesi. Anziché isolarsi, come fecero i Malaspina e i Del Carretto, il Fieschi comprese la necessità di inserirsi nella nuova realtà cittadina e si comportò di conseguenza. Duplici divennero, così, le aspirazioni della famiglia: entrare nella vita politica genovese ed imporsi sulle altre famiglie, da un lato, e ricostituirsi un nuovo dominio feudale, dall’altro. Tali intenti furono perseguiti contemporaneamente e l’influenza ed il potere ottenuti in Genova giovarono in modo decisivo alla politica feudale fliscana. Ciò spinse alcuni membri della casata a cercare nell’entroterra montuoso e nelle valli di transito dell’Appennino un compenso alle perdite subite. Inoltre, l’acquisizione da parte di famiglie genovesi, e quindi legate ai destini della Repubblica, di terre ai margini dello Stato poteva anche essere presentata a Genova utile per la sicurezza dei confini dei passi appenninici, che la collegavano alla pianura padana. D’altra parte per comprendere l’interesse dei Fieschi ad estendere il loro dominio nell’interno, bisogna anche considerare ragioni di natura commerciale. Infatti, era forte l’esigenza di avere sullo spartiacque appenninico e nell’Oltregiogo depositi e rifugi sicuri di cui potersi avvalere per le tappe intermedie delle merci, che necessariamente transitavano tra il porto genovese e il retroterra padano.
Sulla scia dell’importanza di una simile penetrazione, le cui testimonianze affiorano, in particolare grazie alle carte pubblicate dal Ferretto e dal Gabotto, i Fieschi acquisirono Savignone da un consortile di signori locali, vassalli del vescovo di Tortona e dei marchesi di Gavi. Infatti, il feudo, dopo la distruzione dell’abbazia ad opera dei saraceni nel X secolo, era pervenuto sotto il dominio territoriale dei vescovi di Tortona, che grazie all’appoggio imperiale avevano ottenuto una vasta egemonia sulle zone ad oriente della Scrivia, e dei marchesi Obertenghi. In seguito, i diritti sul feudo appartenenti a questi ultimi, che nel XII secolo rappresentavano ancora la più alta autorità in gran parte della regione, passarono ai marchesi di Gavi, che, a loro volta, ne infeudarono i signori di Savignone. I Fieschi non furono, quindi, i primi signori del feudo, ma furono preceduti da altri condomini, a prevalenza viscontile e probabilmente di origine sia genovese sia tortonese. I signori di Savignone erano vassalli dei vescovi di Tortona e contemporaneamente anche dei marchesi di Gavi, per parte del feudo e per una quota del pedaggio sulla strada da e per Tortona. Inoltre, data la situazione politica del periodo, appoggiarono anche gli interventi genovesi in Valle Scrivia e nel 1242 giurarono fedeltà al Comune, che li accolse come “fideles amici et discrictuales”.

I Fieschi acquisirono Savignone, o parte di esso, verso la metà del XIII secolo, in un periodo particolarmente favorevole alla famiglia, poiché aveva l’appoggio del papa Innocenzo IV e del cardinale Ottobono. Non si conosce esattamente la data dell’acquisto, in ogni modo essa dovette avvenire certamente prima del 1252, anno in cui Giovanni di Camarza, figlio di Rebucius, cedette in dote al futuro cognato Giovanni Capone la metà delle terre che i suoi predecessori tenevano dai signori di Savignone e che attualmente egli teneva dai Fieschi: 
“ Ego Iohannes filius quondam Rebucii de Camarca do cedo et trado tibi iohanni capono cognato meo viri rosete sororis mee pro dotibus et ex causa dotium dicte sororis mee mediatate pro indiviso imnium terrarum domesticarum et silvestrium…quas terras tenebant et usi erant tenere antecessores mei a dominis de savignono et quas ego tempore presente teneo a dominis de Flischo”
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Tuttavia i Fieschi non acquisirono immediatamente pieno possesso del feudo, poiché è probabile che per un certo periodo essi partecipassero alla signoria di Savignone sia con il Comune di Genova, sia con alcuni membri del precedente consortile. In ogni caso le loro aspirazioni politiche si rivelarono chiaramente con il progetto di costituire una zecca nel feudo, mostrando il carattere signorile e dinastico della loro politica territoriale. Infatti, i poteri politici giurisdizionali, che pochi anni prima erano stati concessi loro dall’imperatore Guglielmo II, ora erano attuati anche a Savignone.
Il 6 ottobre 1253, Giacomo Fieschi stipulò un accordo per l’istituzione della zecca a Savignone, avvalendosi del privilegio familiare di battere moneta “sub nomine imperatoris” nelle proprie terre. Giacomo Fieschi si impegnava, con Runfredo di Siena e con Guglielmo Leccacorvo di Piacenza, a indurre suo padre Opizzone ad ottenere dal Comune di Genova l’autorizzazione a battere moneta di migliaresi identici a quelli genovesi “in territorio et territoriis suis de Savignono”. A loro volta, i due banchieri, legati ai Fieschi da importanti rapporti d’affari, garantivano di coniare tali monete per un periodo di due anni circa, a partire dal 2 febbraio 1254, e a versare 100 lire di Genova o un quarto del profitto ricavato ai Fieschi. Nonostante i dubbi riguardo l’effettiva installazione della zecca citata nel territorio di Savignone, questo atto attesta indiscutibilmente l’autorità già in quell’epoca del Fieschi nel feudo e dintorni. In ogni caso la presenza dei Fieschi a Savignone corrispose alla loro affermazione all’interno della politica genovese e all’acquisto di diritti signorili su altre terre della Valle Scrivia: Montoggio e Torriglia.
Verso la fine del XV secolo, i Fieschi erano così riusciti a costituire quello che gli storici e, in particolare, Gomez Suarez de Figueroa avrebbero definito lo Stato dei Fieschi e cioè un’ampia fascia appenninica che si allungava parallelamente al confine settentrionale della Repubblica genovese. Tuttavia questo dominio non si risolse mai, nei secoli, per la famiglia in uno stato vero e proprio, ma piuttosto in una realtà divisa tra differenti domini feudali. In particolare, il ramo dei Fieschi di Savignone, discendente da Opizzo quondam Ugo, presenta oggi l’evidente impossibilità di ricostruire un elenco completo dei feudatari che si susseguirono nel dominio sul feudo e delle loro rispettive quote di compartecipazione. Complesse furono, quindi, le vicende storiche che coinvolsero il feudo di Savignone, prima e durante la dominazione fliscana.

Per lungo tempo, i Fieschi esercitarono pieno potere sul territorio, bandendovi leggi e statuti a seconda delle circostanze e dei tempi e godendo di un’autonomia politica totale. Infatti, la signoria di Savignone, che “de jure” dipendeva dall’impero, di fatto fu, per oltre cinque secoli, governata dai condomini Fieschi con poteri praticamente illimitati, rimanendo per quanto possibile indipendente dalle potenze confinanti. Infatti, l’imperatore interveniva raramente e solo in circostanze che potevano rappresentare dei vantaggi per la sua politica generale. Nonostante ciò i rapporti tra i singoli consignori non dovevano essere amichevoli, poiché ognuno di essi cercava di imporre i propri diritti a danno degli altri. In un gioco complesso di interessi forti e contrastanti, alcuni feudatari decisero di sottoscrivere nel 1487 uno statuto con ordini in materia sia civile sia criminale. La formulazione del testo statutario fu il risultato del volere di più condomini “per mettere ordine alle cose loro di Savignone, hanno ordinato, et deliberato l’infrascritti capitoli, et ordinazioni, le quali vogliono siano osservate”. Probabilmente i condomini decisero la promulgazione dello statuto per rinsaldare il loro potere nel feudo, dopo l’invasione milanese del 1477. Il loro comune desiderio di avvicinarsi l’un l’altro per costituire una forza compatta alla difesa di comuni interessi e privilegi e l’acquisizione d’una maggiore indipendenza dalle grandi potenze confinanti, erano tutti elementi essenziali per lo sviluppo di un feudo che iniziava ad avere un peso importante anche nella politica internazionale.

Il primo dicembre 1495 l’imperatore Massimiliano I concesse a Gian Luigi Fieschi il Vecchio quondam Antonio l’investitura sui feudi di Torriglia, Montoggio, Roccatagliata, Grondona, Vargo, Garbagna, Cremonte, Borgo Val di Taro, Carrega, Varese Ligure, Calice, Veppo, Santo Stefano d’Aveto, e sull’ottava parte di Savignone e il privilegio di poter istituire il diritto di primogenitura sui propri feudi per se e per il figlio Gerolamo, con l’unico obbligo di istituire fidecommissi in favore degli altri figli. Tuttavia, in seguito alla famosa congiura ad opera di Gian Luigi Fieschi il Giovane, avvenuta il 2 gennaio 1547, e la conseguente sconfitta nel castello di Montoggio, i Fieschi del ramo di Torriglia furono costretti a cedere parte dei loro feudi ai Doria ed alla Repubblica di Genova, ivi compresa l’ottava parte di Savignone. L’avventura di Gian Luigi non coinvolse il ramo fliscano di Savignone, che fu infeudato da Carlo V proprio su quell’ottava parte, quasi a volerlo ricompensare per la sua mancata partecipazione all’evento.

Nel 1548 l’imperatore Carlo V concesse la prima investitura imperiale, a noi nota, sul feudo di Savignone al ramo discendente da Opizzo, nella persona di Ettore Fieschi Seniore. Ettore Fieschi, e gli altri consignori, nel 1564, furono nuovamente investiti, ognuno per le sue rispettive parti, dall’imperatore Ferdinando I, con ogni più ampio privilegio, compresa quella di lasciare al feudo la sua natura d’allodio. Il fatto rivelava l’importanza acquisita dal ramo dei Fieschi di Savignone, che, di fatto, erano da secoli padroni del feudo senza aver mai invocato l’assenso imperiale. I condomini, dopo che la suddetta signoria fu riconosciuta in feudo imperiale, continuarono ad esercitarvi la loro autorità, eleggendovi
“il Podestà, e Commissario, ed altri ministri subalterni; e con prescrivere altresì leggi, e statuti per il buon governo dei sudditi, e quelli riformando, e variando a misura delle opportunità, e circostanze dei tempi”.

Ilaria Boz
 
 
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