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Alcuni tentativi di vendita del feudo di
Savignone nel XVII secolo
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(Tratto da Ilaria Boz, Un esempio di feudo imperiale nel Seicento: Savignone.
Potere, istituzioni ed economia)
Nel
XVII secolo, sulla falsariga di ciò che si era verificato durante
il secolo precedente, le trattative portate avanti dai rappresentanti
diplomatici della Repubblica genovese per l’acquisto dei feudi imperiali
furono assai numerose. Ciò avvenne nonostante alcuni inevitabili
insuccessi, tra i quali il mancato acquisto di ragguardevoli partecipazioni
nel feudo imperiale fliscano di Savignone.
Genova possedeva del feudo la porzione di un denaro ereditata da
Giulio Fieschi quondam
Pietro Luca, nel 1581. Tuttavia, ogni imperatore, appena incoronato,
pretendeva che la Repubblica chiedesse il rinnovo delle investiture
per i feudi imperiali di cui disponeva, e che fosse prestato il
relativo giuramento di fedeltà da parte dell’ambasciatore genovese
residente a Vienna. In queste circostanze, congiuntamente all’investitura
generale sul territorio ligure, il Doge acquistava la conferma dei
suoi antichi privilegi.
La Repubblica era, dunque, tenuta a riconoscere i propri feudi «
dall’Imperatore,
e dall’Impero senz’altra obbligazione che quella di doverne chiedere
ai suoi tempi la nuda, e semplice rinnovazione delle Investiture».
Ciò, evidentemente, doveva avvenire anche per l’esigua partecipazione
in Savignone, seppur «tanto
poco e tenue», come testimoniano le numerose investiture e una
«nota dei Feudi Passivi posseduti dalla Repubblica Serenissima, e per li
quali ne prende l’Investitura dall’Imperatore». Le conferme,
dell’investitura «pro un denario»
sul feudo, riaffermavano i diritti di compartecipazione acquisiti
con la disposizione testamentaria.
In seguito, Genova tentò di estendere la sua superiorità territoriale,
approfittando del fatto che il feudo era diviso tra più consignori
e che tra loro regnavano antiche ed implacabili inimicizie, cause
di «dissunione al comandare».
Il pericolo era preoccupante per i feudatari Fieschi, che sarebbero
divenuti, se la Repubblica avesse conseguito il suo obiettivo, semplici
vassalli mediati, ossia avrebbero perso la maggior parte dei diritti
e sarebbe rimasto loro soltanto l’esercizio di quelli minori. Si
opposero ad un tale tentativo, sempre, i condomini del feudo imperiale
di Savignone. Sempre, o quasi, dato che non mancarono eccezioni.
Proprio nel XVII secolo, si presentava l’occasione di trattare l’acquisto
di parte del feudo «non solo
vicino, ma quasi nelle viscere dello stato della Repubblica».
Pier Battista Fieschi quondam
Gregorio, consignore di Savignone, intendeva, infatti, cedere
le proprie quote per motivi economici, «perché
havendo carico di famiglia et essendo povero, non ha come sostentarsi
conforme al suo stato; et inoltre bisognandoli presto dar ricatto
ad una sua Nipote dal figlio morto, non ha in che altro modo possa
provederli di dote». Egli, già precedentemente, il 31 luglio
1601, aveva cercato di concludere le trattative con il marchese
Ambrogio Spinola ed il fratello Federico, senza però riuscirvi,
probabilmente perché non fu trovato un accordo sui beni allodiali,
e per l’intromissione degli altri condomini, poiché «
non trovando il detto Pier Batta compratore alcuno, sia finalmente costretto
vendere a loro medesimi per prezzo vile, quello che vendendo ad
altri, ne harebbe molt’oro». Allo Spinola subentrava, nel 1620,
la Repubblica, alla quale il Fieschi prometteva di “cedere
tutta la partecipazione feudale che teneva nel luogo di Savignone,
Chiappe e Senarega, e in tutte le altre ville e giurisdizione nella
quale esso partecipa con li altri Condomini Fieschi”, per una
porzione corrispondente a «tre soldi in venti in circa».
Pertanto, l’ambasciatore genovese,
presso la corte imperiale, ricevette l’incarico ufficiale di presentare
all’imperatore una formale richiesta d’acquisto del feudo, e l’autorizzazione
a spendere sino a 5000 fiorini di moneta di Genova. La Repubblica
doveva, innanzi tutto, superare le difficoltà frapposte dal consiglio
aulico e le remore della cancelleria
imperiale, che non acconsentiva facilmente a vendere ad un feudatario
che, secondo il linguaggio dei giuristi, «non
muore mai», poiché il feudo «passando
alla Repubblica restava in mani morte, e per conseguenza non poteva
darsi il caso, che ricadesse all’Impero». Fu stabilito che il
prezzo fosse calcolato “sopra
le entrate feudali ed i fitti gentili a ragione del due e un quarto
per cento” di moneta di Genova, l’entrata del grano a L. 16
la mina secondo la misura della Croce, la biada a L. 5.6.8 la mina,
i pollastri a solo due il paio, le galline a solo 36 il paio, i
capponi a solo 40 il paio. Inoltre, fu stabilito che Pier Battista
unisse alla vendita anche tutti i suoi beni allodiali ed i «censi
reali», che possedeva in quei luoghi, incluso parte del castello,
per il prezzo stimato da due periti eletti rispettivamente da ognuna
delle parti.
Una nota suddivideva, in questo modo, gli stabili allodiali appartenenti
al Fieschi:
la casa
dove habito con piazza murata e due altre
case dentro detta piazza L. 8500
la casa nella piazza L. 2000
la casa del granaio attaccata dove habito L. 1000
la casa dove sono quattro ________ L. 1000
il prato delle noci, giardino et orto L. 2000
Una casa alla Croce, data a censo di rendita di L. 33.16 e cantina L.600
un boschetto di castagne posto sotto la Gabbia L.50
Una possessione posta al prato della priore con case due, giardino,
campi, prati, boschi di castagne a Salvarezza L. 6000
Tuttavia, l’atto di vendita, concordato l’11 febbraio 1620, non fu mai firmato,
presumibilmente a causa della morte di Pier Battista alla «grave
età di 77 anni». Gli successe la nipote ex filio, Barbaretta
Fieschi quondam Opicio,
designata nella successione dal nonno paterno quale «herede
universale».
Barbara sposò nel 1623 Ugo Fieschi, del fu Nicolò, consignore del
feudo ed ambasciatore genovese presso la corte londinese nel 1655.
Fu proprio quest’ultimo ad offrire alla Repubblica un’altra opportunità
per ampliare il proprio dominio
a Savignone. Le ragioni non sono chiare nei documenti consultati,
ma probabilmente ciò avvenne a seguito di un prestito,
ottenuto da Genova, di «scudi
40 millia d’argento stampa
di Genova per doverli negoziare sopra cambi liciti a risigo, e pericolo
di esso Magnifico Ugo», cui seguì un’esplicita «promessa
di vendere e comprare». Si trattò, in pratica, di un mutuo,
a garanzia del quale Ugo poneva le proprie compartecipazioni nel
feudo, con la clausola che se non avesse restituito la somma di
40 mila scudi d’argento nel termine di quattro anni, con l’interesse
del due per cento l’anno, a ragione di «lucro
Cessante o danno emergente», avrebbe ceduto il feudo alla Repubblica.
Il 3 luglio 1626, Genova «concertò»
l’acquisto di tutto ciò che il Fieschi possedeva nel feudo e giurisdizione
di Savignone.
Le rendite consistevano in mulini, pedaggi, gabelle, tasse e fitti
particolari dei sudditi, la cui somma intera ascendeva a L. 5374
«come appare dai suoi libri». Infatti, poiché il feudo era diviso
tra più condomini, le entrate comuni erano ripartite in venti parti
ed a Ugo ne appartenevano per diritto le aliquote 5.6 15/24, 4.5
15/24 e 4.2 14/24. Oltre a queste rendite il Fieschi possedeva delle
case, alcuni boschi e giardini, una parte del castello e delle communaglie,
e «quello che si deve calcolare
delle Condanne della Camera». I suoi beni consistevano in un
reddito complessivo di L. 4922.12 all’anno, a cui andavano sommate
anche le sue proprietà nelle ville di Chiappe e Senarega, disgiunte
dalla giurisdizione del feudo, per un totale di 40 fuochi ed un
utile di circa L. 200 all’anno. Si stabilì, inoltre, che tutte le
entrate consistenti in «Mulini,
Gabelle, Pedaggi, fitti dovuti da sudditi, Laudemii, avarie e simili»
fossero calcolate al due per cento, mentre la casa con il giardino
ed i beni circostanti a L. 16 mila, secondo l’estimo di due periti
più un terzo, eletto in caso di discordia,
«che li detti due accorderanno, né possa esser eletto alcuno che
sia nel numero dei Serenissimi Collegi, né alcuno Consigliere partecipe
di Savignone». Si aggiunse che al Fieschi, concedendo il possesso
del feudo e dei suoi beni, non gli fosse attribuito alcun carico,
né gravezza, per «quello che
si spendesse per haver l’assenso di Sua Maestà Cesarea». Il
Fieschi univa alle richieste, anche, il desiderio di conseguire
in pagamento, per la rispettiva quantità, una certa partecipazione
nel luogo di Frassinello, attiguo a quello di Senarega, appartenente
a lui, al Marchese Giovanni Benedetto Spinola e ad altri condomini.
A tali «capitoli fatti a 3 di luglio del 1626» fu aggiunta una declaratoria,
del 16 novembre, allo scopo di chiarire qualsiasi ed eventuale dubbio
rimasto riguardo al calcolo dei redditi e «denominatione loro». Da questo documento emerge chiaramente come i
beni stimati allodiali fossero calcolati al quattro per cento, mentre
quelli feudali al due per cento. A seguito di queste stime la Repubblica
si ritenne danneggiata nell’essere stata indotta a valutare molti
beni allodiali come feudali, senza poter, quindi, maggiorare la
rendita del doppio, per una differenza cospicua. La scadenza del
contratto fu fissata in quattro anni, trascorsi i quali, «senza
che resti effettuata detta compra», ognuna delle parti restava
libera da ogni vincolo.
Il placito dell’imperatore Ferdinando II giunse il 22 settembre
1627, nonostante ciò le trattative furono lunghe e dispendiose.
Presumibilmente, furono le gravissime necessità, in cui allora versava
l’Impero, ad indurre il sovrano a valutare benevolmente tale proposta.
Inaspettatamente, però, il Minor
Consiglio stabilì che il prezzo richiesto era troppo elevato
e che i proventi erano di difficile esazione per la Repubblica,
poiché ciò che a Ugo Fieschi fruttava L. 7487, alla Camera «sarebbe
meno assai e molta parte restarebbe alle mani de gli esattori»,
che Genova avrebbe dovuto retribuire. Inoltre, si aggiunse che Barbara
Fieschi, moglie di Ugo e grazie alla quale egli aveva acquistato
una delle due porzioni vendute, «havia
lasciato una figlia, e che detta figlia havia potuto col tempo dar
fastidio al possessore di detta porzione per la sua dote […], e
se bene la madre havia fatto testamento e lasciato Ugo solo herede,
egli era tenuto a dotare la figlia». Bensì, le difficoltà maggiori
derivavano dall’altra sua partecipazione accusata di fedecommesso
perpetuo. Da parte sua, il Fieschi obiettò che egli era il solo
padrone della porzione della sua consorte Barbara, per essergli
stata largita in «dotem estimata»
e per avergli l’imperatore Ferdinando II concessa l’investitura
il 18 febbraio 1625, e soprattutto negò la contestazione di fedecommesso
perpetuo. Il
fedecommesso non poteva essere imposto sopra i beni feudali
e soprattutto l’imperatore non poteva confermarlo tacitamente. Dunque,
le porzioni oggetto dell’eventuale vendita, derivavano al Fieschi
da due origini tra loro diverse. Una proveniva dalla prima moglie,
Barbara Fieschi quondam
Opicio quondam Pier Battista,
l’altra, invece, derivava ad Ugo quale erede di Luigi Fieschi figlio
di Nicolò, suo avo paterno, per cui ne aveva ricevuto l’investitura
il 5 marzo 1621. Ciononostante, la vendita non avvenne. Probabilmente,
sulla decisione influirono anche «la
qualità dei tempi presenti e quella dell’erario pubblico», che
non permettevano alcuna spesa straordinaria alla Repubblica, e gli
altri condomini del feudo, come già era avvenuto con Pier Battista
Fieschi alcuni anni prima. Sfumato l’accordo, le quote furono acquistate
da Gian Andrea II Doria, principe di Melfi, che approfittò immediatamente
dell’impazienza del Fieschi di cedere i suoi beni
«havendo licenza [imperiale] di vendere».
Presumibilmente, il principe prese questa decisione
per ampliare la propria giurisdizione e così aumentare le entrate,
date le difficoltà che i suoi commissari trovavano nella riscossione
delle tasse.
Il 26 aprile 1600, il Doria si era già mostrato interessato all’acquisto
del feudo, richiedendo il legittimo consenso della Repubblica, legittimo
sia per la sua appartenenza al patriziato di Genova e quindi «sempre
pronto servitore di questa», sia per la partecipazione che
la Repubblica vantava nel luogo. Da alcuni anni, infatti, le trattative
fra i due feudatari andavano tacitamene avanti, ma, non riuscendosi
ad accordarsi sul prezzo, la stipulazione del contratto era stata
dilazionata. L’accordo, sulla base di 40.891 scudi d’oro, venne
infine trovato ed un documento, del 9 ottobre 1625, ci informa che
Ugo firmava la vendita senza fare alcuna distinzione tra beni allodiali
e beni feudali, calcolati entrambi al due per cento. Testimoni della
dichiarazione venivano designati Giovanni Battista Pastore, cancelliere
e segretario genovese, e Giovanni Battista Canova. Il reddito della
porzione e «ragioni e pertinenze»
venne calcolato in L. 5080 di moneta corrente, escludendo le case
e giardino, ed inoltre venne attestato che, se alla consegna, il
Doria avesse riscontrato un reddito
minore, «sia tenuto
detto Signor Ugo restituire a Sua Eccellenza la rata del mancamento»,
al contrario «sia tenuto Sua
Eccellenza pagarli il sopra più del prezzo alla medesima rata».
Il primo marzo 1748 la vendita fu perfezionata. Il contratto prevedeva
una relazione delle entrate, in cui gli introiti erano suddivisi
tra beni allodiali e feudali per un reddito complessivo di Lire
4922.12 all’anno, «dei quali
ve ne sono L. 73.9 che non si ragionano a solamente quattro per
cento essendo allodiali, et l’altri feudali così d’accordo:
in
denaro L. 1463
310 stara di grano, per un totale di 77,5 mine a L. 20, del valore di
L.1550
214 stara di biada, per un totale di 53,5 mine a L. 6.13.4, del valore
di L.356.13
Mine 4.6 di castagne secche a L. 20, del valore di L.95
Mine 1.6 di castagne verdi a L. 6.13.4, del valore di L.
11.13
310 giornate del valore di L.
124
51 polli del valore di L.
15
3
capponi del valore di L.1.16
7 galline del valore di L.3.10
Entrate
comunali di mulini, gabelle del grano ed altro calcolate
un anno sull’altro in L. 1212
Laudemi per L. 90
Cui si aggiungevano quelle ottenute nelle ville di Chiappe e di Senarega,
per un totale di L. 378.31, così suddivise:
in denari L.32.19
La
villa di Carsi paga ogni anno L.10
Il
mulino di Chiappe paga ogni anno L. 147
Mine 8.5 di grano a L. 20, del valore di L. 170
7 stara di biada a L. 6.13.4 la mina, del valore di L.18.12
E inoltre L. 500 di capitale e censi al 7 per cento”.
Nel
1748, però, la situazione si complicò. Risale a quell’anno una proposta
fatta al Senato «per la compera
di Savignone», nella quale Genova richiedeva l’assenso imperiale,
affinché gli fosse data «facoltà,
concedendo ancora bailia di agiustar le conditioni, di stabilir
e pagar il prezzo e proveder perciò la somma», che sarebbe stata
necessaria «in quella più
ispedita e men gravosa maniera» che si poteva, «con
l’obligar a tale effetto tutti i beni della Repubblica sin’al totale
pagamento del prezzo et estintione del debito che si caosasse».
Genova sottoscriveva un accordo con il principe Doria, mediante
il quale egli cedeva alla Repubblica le porzioni del feudo di Savignone
acquistate alcuni anni prima dal Fieschi.
Le informazioni estrapolate dai documenti esaminati non indicano
particolari accordi tra Genova ed il Doria prima del 1748. Pertanto,
questo cambiamento verso l’acquisto rimane oscuro. La Repubblica
pretese, però, di essere reintegrata del danno che aveva ricevuto
precedentemente per «essere
stati contati, et valutati» molti beni feudali come allodiali.
Genova ribadiva che in Savignone, come generalmente in tutti i feudi,
vi era distinzione fra beni feudali ed allodiali, come del resto
era evidente dal contratto sottoscritto dal principe Doria e dal
Fieschi. Tale affermazione, sottoscritta da Giovanni Vincenzo Imperiale
agente della Repubblica, calcolava quali beni allodiali, da calcolarsi
al quattro per cento, l’ammontare di L. 73.9, oltre le «case,
giardino, cascine, et altre cose allodiali» estimate per L.
16000. Erano intesi beni feudali quelli affermati da «vecchie»
investiture e capaci di sopportare il carico delle decime, concesse
in caso di vendita, e non quei beni mascherati da «nuove»
investiture, atte ad ingrossare il prezzo al tempo della cessione.
Gli arbitri genovesi, il magnifico
Giovanni Battista e Giovanni Benedetto Spinola, ai quali era stata
assegnata l’incombenza di svelare simili artifici, rilevarono un
divario di L. 141 annue tra «nuove»
e «vecchie» investiture.
Il 21 luglio 1748, la Repubblica acquistò le porzioni del feudo,
del castello e della giurisdizione del luogo di Savignone e sue
pertinenze dal principe Gian Andrea II Doria, pagando L. 37868 i
beni feudali e L. 902 quelli allodiali. La vendita venne «confirmata,
e comprovata» dall’imperatore. Genova arrivò, quindi, a comperare
le stesse compartecipazioni di cui aveva trattato l’acquisto negli
anni precedenti con Ugo Fieschi, pagandole un prezzo inferiore a
quello allora fissato. Il 12 giugno 1748, in Palazzo Ducale, il
Magnifico Giovanni Battista Pastore, uomo di «molta
virtù e prudenza», cancelliere e segretario della Repubblica,
era destinato a prendere possesso di Savignone, «non
solo di dette portioni feudali, raggioni, e pertinenze, ma etiam
delli beni allodiali» e ad esigere il dovuto giuramento di fedeltà,
omaggio e ubbidienza dai «sindaci, et agenti, popoli, et suditi di detto luogo, e Giurisdizione».
L’ingerenza diveniva così legittima. Genova acquistava validi diritti
in un feudo appartenente naturalmente
al suo territorio, importante quale centro amministrativo sulla
Via dei Feudi Imperiali
e porto franco per banditi
ed eserciti nemici.
Questa minaccia turbò profondamente gli altri condomini. Il feudo
era rimasto troppo tempo indipendente e la conferma dell’acquisizione
di un ruolo di sicura preminenza genovese, «che
avrebbe mantenuto tutto il feudo quieto», iniziò ad angustiare
gli animi. Si opposero al tentativo Ettore, Nicolò e Gerolamo Fieschi,
consignori del feudo, che cercarono, in ogni modo, di preservare
i loro diritti, in parte ereditati e in parte aumentati da loro
stessi, conseguendo dall’imperatore la licenza di valersi del loro
diritto di avocazione contro la Repubblica di Genova. Costoro si
impegnarono a pagarle 45.000 ducati d’oro, in cambio delle compartecipazioni
acquistate il 21 luglio dell’anno 1748 dal principe Doria. «Li
Conti Fieschi, li quali giustamente gelosi di mantenersi nel libero
antichissimo possesso del condominio di giurisdizione e superiorità
territoriale, che per indiviso con li altri Consignori spettava
loro in detto feudo“, si esponevano ad un notevole sacrificio
finanziario, poiché non intendevano «dividere
giurisdizione e rendite nel loro feudo con un condomino assai pericoloso
per la sua potenza». Il 20 giugno 1650, i suddetti Ettore, Gerolamo
e Innocenzo depositarono «nel
conto di scudi d’oro di San Giorgio l’importare della medesima partita
per l’avvocazione della compera fatta dalla Repubblica, durando
ancora il tempo a poterla eseguire per essere stato prorogato dall’Imperatore
per tre successivi quinquenni». In conclusione, a Genova non
rimase altra partecipazione in Savignone se non quella lasciata
in legato da Giulio Fieschi
e di cui «seguita a prenderne
l’Investitura dalli Imperatori pro trempore». Sennonché con
tale porzione, «che può essere
quasi insensibile, cioè di un danaro in venti soldi», tralasciò
di esercitarvi la sua parte di governo, «che
non giongerebbe a doi giorni in tutto l’anno». A conferma di
tale decisione, in un rilievo cartografico eseguito da Giovanni
Battista Massaroti, cancelliere della Giunta
dei Confini genovese a metà del XVII secolo, il feudo di Savignone
era indicato, sommariamente, solo come confine dell’adiacente feudo
spinolino di Busalla.
Ilaria Boz |
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