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L'ultimo
atto dell'insurrezione
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Il generale consegnò la sua arma durante il trasporto in ambulanza
da Savignone a Villa Migone nel quartiere di San Fruttuoso. Le trattative
durarono circa tre ore e si conclusero alle 19.30: alle 21.30 la
notizia fu data via radio da Taviani
(Tratto da Antonio Gibelli, L'ultimo atto dell'insurrezione,
IL SECOLO XIX, sabato 1 Aprile 2000, pag. 28)
"La scena è stata ricostruita numerose volte, raccontata da più
testimoni, ricordata dai maggiori protagonisti (compreso lo stesso
Meinhold), rievocata
periodicamente sui quotidiani ed è entrata nei libri di storia. Perché
si trattò di un evento dall'altissimo tasso di significati simbolici,
ben presto trasformatosi in mito: mito fondativo della storia post-fascista
della nostra città, della città operaia che aveva duramente lottato
e pagato nello scontro contro il fascismo repubblicano e contro i
tedeschi e che alla fine aveva vinto e si era liberata da sé.
E aveva costretto alla resa uno dei più potenti eserciti del mondo,
sebbene ormai in rotta, e aveva trattato tramite i suoi rappresentanti
civili, con un alto generale della Wehrmacht, e lo aveva indotto
a sottoscrivere l'atto di resa: un atto in calce al quale, accanto
alla firma del generale, c'era quella di un semplice operaio di
origine empolese, il comunista Remo Scappini, in quel momento presidente
del Comitato di liberazione nazionale.
In questa storia c'erano dunque tutti gli ingredienti del mito. Eppure
fu una storia vera. Vera la storia di una classe operaia che nella
sua lotta per la sopravvivenza mise di fatto in discussione l'onnipotenza
dell'occupante ed il suo progetto di ordinato sfruttamento delle risorse
industriali locali. Vera la storia di un movimento partigiano che,
pur tra mille contraddizioni e difficoltà, soprattutto a partire dalla
seconda metà del 1944 fu un fattore di disturbo e di insicurezza nel
controllo del territorio da parte dei tedeschi. Vera la storia di
una città che iniziò l'insurrezione in condizioni di grande incertezza,
aprendo uno scontro che poteva risolversi in un disastro prima che
i tedeschi si decidessero a piegarsi e prima che gli americani arrivassero.
Vera, in ultimo, la sequenza finale, altamente drammatica, di tutta
la vicenda. l'insurrezione, cominciata da alcuni focolai a ponente
della città, tra Cogoleto e Sestri, fin dalla notte tra il 23 e
il 24 aprile, ad opere delle squadre partigiane di città (quelle
di montagne sono ancora lontane ed incerte sul da farsi) viene subito
legittimata la Cln, riunito la stessa notte nel collegio di San
Nicola col comando militare regionale, che lancia un appello alla
sollevazione. l'insurezzione dilaga il 24 e raggiunge l'obiettivo
di tagliare ai tedeschi le vie di ritirata verso la valle padana,
ma incontra ancora forti resistenze nel cuore della città e nel
porto. Agli ordini del generale Meinhold, comandante della piazza,
si trovano pur sempre quasi 15 mila uomini.
A questo punto il generale Meinhold, dopo ripetuti abboccamenti
infruttuosi tramite il cardinale Boetto, vedendo respinte le sue
richieste di ritirata indisturbata in cambio della rinuncia a distruzioni
delle attrezzature industriali e portuali, convinto ormai dell'impossibilità
di rovesciare la situazione, si piega ad incontrare direttamente
gli uomini del Cln.
Prelevato a Savignone, dove aveva stabilito la sede del suo comando,
da Carmine Alfredo Romanzi, esponente del Partito d'azione, la mattina
presto del 25, viene condotto su un'ambulanza a Genova. Assieme
a lui sono il capitano Asmus, capo di stato maggiore, e il sottufficiale
Joseph Pohl, in qualità di interprete. durante il trasporto - ricorderà
Romanzi - il generale gli aveva consegnato la sua arma. L'incontro
con i rappresentanti del Cln ha luogo nel pomeriggio nella sede
del cardinale, ossia a Villa Migone in San Fruttuoso. le trattative
durarono circa tre ore e si concludono verso le 19.30. Nella descrizione
che ci ha lasciato Scappini, il generale all'atto della firma del
documento appare affranto, per il peso della sconfitta e della responsabilità,
ma come liberato di un incubo. Alle 21.30 la notizia della resa
viene portata a tutto il Cln e la mattina dopo verrà divulgata alla
radio con un comunicato letto da Paolo Emilio Taviani.
Genova antifascista ha virtualmente vinto, ma la storia non è davvero
finita. Il comandante dei reparti di marina tedeschi, generale Berninghaus,
dopo aver sconfessato Meinhold
e decretata la sua condanna a morte per tradimento, continua a resistere
asserragliato nell'area portuale. Colonne nazifasciste tentano di
forzare il blocco delle forze partigiane e di aprirsi vie di fuga
e di salvezza verso il nord, impeganndosi in furibondi combattimenti
che costeranno la vita ad altre centinaia di insorti e cittadini.
Ben presto tuttavia le ultime sacche di resistenza vengono piegate,
e quando, nel pomeriggio del 27, il grosso delle truppe della V
armata al comando del generale Almond entrano in Genova, la città
è formalmente sotto i poterti del Comitato di Liberazione".
Antonio Gibelli
prof. di Storia Contemp. presso
la Facoltà di Storia Mod. di Genova
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