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L’assedio del castello dei Fieschi di Montoggio (11 Marzo - 11 Giugno 1547):
Considerazioni tecniche sull'evento |
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Dirò subito che questo lavoro si
basa sulla lettura critica dei fatti accertati e documentati, proponendo
delle ipotesi che, se possibile, andranno verificate. In definitiva
è un lavoro che cerca di capire qualcosa di piü su come si sono
svolti i fatti, con la coscienza che magari nulla di nuovo o di
dimostrabile sara possibile ottenere. Quanto è stato scritto sull’assedio
da Mario Traxino, con alcune opportune modifiche, si basa
su ima ricerca documentata, che fissa alcuni punti che vorrei qui
richiamare, riferendomi solamente a quelli di rilevanza tecnico-militare,
o che comunque possono essere utili ad un’indagine sulle operazioni
che allora si svolsero. Questi i punti:
- Inizio ufficiale dell’assedio del castello di Montoggio: 11 marzo
1547
- Ipotesi (alla quale fu poi dato seguito) di collocamento delle
batterie da parte dci Genovesi, che incaricarono per questo l’architetto
militare Giovanni Maria Olgiati, alla Costa Rotta di Granara
sito già ritenuto un po' lontano (<<aunque algo lejos>>).
Questo è un datoimportante perché è un’indicazione precisa sulla
distanza e quota dall’obiettivo.
- Numero dei difensori della fortezza: circa 150 (30 mercenari).
- Pezzi di artiglieria della fortezza: 34, di cui solo quattro
di grosso calibro. Da questo dato si può capire quanto scarse fossero
le possibilità di controffensiva da parte degli assediati.
- Attaccanti: circa 2500 soldati con 40 pezzi di artiglieria,
tutti di grosso calibro
- 8 maggio. Due mesi dopo l’inizio delle operazioni (questo
tempo indica le difficoltà organizzative e logistiche incontrate),
si spararono i primi colpi
- Dopo due settimane e piu' di diecimila cannonate, i commissari
Domenico De Franchi e Domenico Doria scrivono al governo genovese
che era meglio venire a trattative con Gerolamo Fiesco, stante il
fatto che i danni alla fortezza erano modesti. Sappiamo dall’annalista
Jacopo Bonfadio che le ragioni di tale insucesso erano le seguenti:
a) Frequente pioggia e conseguente, in quei tempi, impossibiità
di usare l’artiglieria.
b) Scarsità di polvere e difficoltà di approvvigionamento
della stessa da luoghi lontani.
c) Impossibilità di sparare troppo spesso i pezzi che, come
invece si riporta, furono troppo spesso sfruttati provocando la
rottura di alcuni di essi con la morte dei serventi
- 1126 maggio Filippino Doria fa collocare parte dell’artiglieria
in località Olmeto
- Cannoneggiamento sulla torre di nord-est.
- Apertura di una breccia di relative dimensioni.
- Ribellione di trenta mercenari al soldo di Gerolamo Fiesco.
- Trattativa di resa a patti (iniziata il 6 giugno) conclusa.
- Richiesta di salvacondotto per Gerolamo Fiesco e i suoi e rifiuto
da parte di Andrea Doria di concederlo.
- Ripresa delle ostilità.
- Ammutinamento dei trenta mercenari che si impadroniscono del torrione
e segnalano agli assedianti la possibità della presa del Castello
per quella via.
- Processo e condanna, poi eseguita, di Gerolamo Fiesco e di alcuni
suoi seguaci.
- Decreto di minamento del castello e sua effettuazione come ultimo
atto della vicenda.
* * *
Questi dunque sono i dati ragionevolmente
“certi” sui quali prospettare delle ipotesi di lavoro al fine di
accertare se gli avvenimenti possono essersi sviluppati tecnicamente
in tale maniera.Come prima cosa è opportuno osservare la carta topografica
dell’ I.G.M. della zona interessata, la quale, pur rilevata ai nostri
tempi, non dovrebbe discostarsi troppo dalla situazione di allora,
stante la presenza a tutt’oggi di luoghi e costruzioni dell’epoca
dell’assedio nelle aree che ci interessano. Quale poteva essere
il motivo della scelta della zona di Granara, anzi la Costa Rotta
sopra Granara per fare batteria? Credo che i motivi possono essere
i seguenti:
- Si tratta di
località raggiungibile presumibilmente con una strada, il che agevolava
il trasporto dei cannoni nella zona.
- Detta località si trova ad
una quota topografica di pochi metri inferiore a quella del castello
che, ricordiamo, è situato sulla sommità di un rilievo a forma di
piramide a base triangolare, come si legge dalla carta, con due
facce, quella orientata verso il centro di Montoggio e la località
Ritale e quella verso la località Colletta, con notevole pendenza,
mentre verso Granara il terreno è piu' agevole.
Tutto ciò ha rilevanza se si pensa ad un assalto successivo alla
preparazione con l’artiglieria e alla desiderata e quasi necessaria
apertura di brecce nella muratura del castello.Tale collocazione
(Granara) avrebbe dovuto consentire di battere la fortezza da una
posizione abbastanza favorevole come quota, ma, come vedremo, si
rivelerà troppo lontana dall’obiettivo, contribuendo, con i motivi
già ricordati, al quasi totale fallimento del primo attacco d’artiglieria.A
questo punto sarebbe necessario introdurre, per riuscire a capire
meglio i meccanismi che possono aver regolato l’assedio e il fuoco
di batteria, il tema piu' strettamente tecnico su come erano fatti
e costruiti i cannoni dell’epoca e sulle loro caratteristiche balistiche.
Opportune ragioni di brevità non ci permettono di sviluppare l’argomento.Premettendo
che vi sono già diverse pubblicazioni e, specialmente sulla balistica,
ponderosi trattati scientifici (benché riferiti quasi totalmente
alle armi moderne), vogliamo qui solamente riportare in forma quanto
piü semplice possibile, pur nel rispetto del rigore scientifico,
quello che può servire al nostro discorso.Teniamo presente, tornando
a riferirci alla nostra cartina topografica e pensando a come erano
configurate le artiglierie dell’epoca, che tali pezzi dovevano trovarsi
sistemati sul terreno sostanzialmente pianeggiante, con la conseguenza
che fu necessario tutto un lavoro oneroso di costruzione di piazzole,
a causa di pendenza non compatibile con gli affusti. A questo punto,
sentiamo che cosa scrive l’ambasciatore di Carlo V a Genova, Gomez
Suarez Figueroa: <<Es el sitio tan dificultoso por
respecto de los montes y valles, que con gran dificultad se ha podito
plantar el artilleria tan çerca que pueda hacer el processo que
haria si estuviese mas çerca>>. Tutto questo, come vedremo,
è determinante nello sviluppo dell’evento.Sarebbe ora opportuna
una descrizione dei metodi, o meglio del metodo principale seguito
per la fabbricazione delle canne,ma ragioni già dette non lo consentono,
per cui arriveremo solo alle conclusioni sull’argomento.
* * *
Come si diceva, le conseguenze
pratiche del metodo di costruzione, l’unico praticabile nell’epoca,
erano sostanzialmente di tre ordini:
1) Caratteristiche
dimensionali di calibro, diverse per ogni pezzo, e quindi difficoltà
di accoppiamento con il diametro del proiettile (di pietra all’origine,
poi quasi subito sostituito con ferro fuso, ideale per il bombardamento
delle pareti in muratura), probabilmente anch’esso abbastanza vario,
come vario doveva essere anche il suo peso.
2 Scarsa
resistenza del metallo colato che comportava il rischio reale dello
scoppio del cannone stesso (i documenti lo attestano) e, di conseguenza,
l’impossibilità di aumentare la carica per ottenere una maggiore
gittata.
3) Non
rigatura della canna, unita a imperfezioni geometriche interne.
Questo fatto comporta la proiezione della palla sferica sostanzialmente
in due modi: il primo strisciando lungo la canna, il secondo rotolando
lungo la stessa. In ogni caso, a causa del gioco che v’era tra canna
e proiettile, quest’ultimo, per cosi' dire, sbatteva contro la superficie
cilindrica, e la tangente alla traiettoria dello stesso, alla bocca,
solo per caso e quasi mai, coincideva con l’asse geometrico della
canna. Mancava inoltre del tutto la stabilizzazione giroscopica,
fornita dalla rigatura elicoidale.
Un accenno ora alle modalità di tiro,
alle traiettorie e alle gittate dei pezzi dell’epoca.
Caricamento e sparo
Era importante una corretta operazione per assicurare che
il processo di caricamento fosse ben eseguito. Descriviamo qui le
normali seguenze, comuni alla maggior parte degli eserciti.
a) L’anima viene “spugnata” per inumidire le faville del colpo precedente
e per ammorbidire la fuliggine.
b) Un uomo appoggia il pollice sopra il focone per sicurezza
quando la polvere e il proiettile vengono pressati nella canna (separatamente
nei primi anni, in un unico stadio sul finire del periodo dell’avancarica).
c) II cannone viene puntato secondo gli ordini dell’artigliere,
che prende la mira osservando la canna (non esistevano meccanismi
di puntamento), e quindi caricato (preparato per l’ignizione).
d) II cannone spara, si osserva l’effetto del colpo e si
ripete l’intero processo.
La traiettoria
Aristotele aveva sviluppato certe
nozioni sul moto libero dei proiettili attraverso l’atmosfera. Le
sue idee erano ben conosciute e furono considerevolmente modificate
nel tardo medioevo. Il primo ad applicare queste idee geniali, specificatamente
alla traettoria dde palle d’artiglieria e alle bombe da mortaio,
fu il matematico italiano Niccolò Tartaglia (1506-57)Egli
asserì, su basi empiriche, che un cannone raggiunge la massima gittata
con un alzo di 45° e cercò, come fecero molti dopo di lui, di compilare
tabelle dalle quali si potesse ricavare la gittata per qualsiasi
angolo di elevazione, conoscendo la gittata ad alzo zero. Tutti
i suddetti tentativi furono resi vani dalla mancanza di un’attendibile
teoria ma tematica del moto e dei concetti sulla forza e sull’accelerazione.
La situazione era molto differente quando Galileo Galilei (1564-1750)
enunciò le leggi fondamentali del moto, seguite nel 1748 dalla dimostrzione
che un proietto, trascurando la resistenza dell’aria e altre perturbazioni
del suo moto, descrive una traiettoria parabolica.Ne i cannoni,
né i propellenti erano sufficientemente potenti per consentire l’efficace
impiego di grandi gittate e il comportamento delle armi era così
difficile da prevedere che il calcolo delle traiettore matematiche
risultava non applicabile e inutile. Con un proietto non esattamente
sferico, che si adattava in maniera non perfetta a un cilindro anch’esso
imperfetto, come si è già avuto modo di dire, avveniva che, a qualsiasi
gittata che non fosse la piu' corta, il colpo cadeva a caso in una
grande area intorno all’obiettivo. Fino a quando la tecnologia delle
armi da fuoco non fu molto migliorata, come in effetti avvenne solo
con lo sviluppo delle macchine utensili nel XIX secolo, la matematica
della balistica esterna era un argomento che un artigliere poteva
permettersi di ignorare.Ciò nonostante, dal XVI secolo in poi, i
cannoni vennero impiegati su distanze sempre maggiori e vi fu una
certa richiesta di strumenti atti a controllare l’esattezza dell’anima
della bocca da fuoco, a porre la bocca da fuoco orizzontale sul
terreno e a puntarla al segno. Il vero artigliere si fidava dell’esperienza
e aveva piu' fiducia nel suo occhio e nel suo giudizio che nell’alzo.
Le gittate
I dati disponibili non sono molti, ma si possono ricavare
abbastanza bene delle indicazioni. In sostanza, si può ritenere
che la gittata poteva essere di 1500-2000 m., valori medi nei secoli
XVII-XVIII. Logiche considerazioni portano a credere che le artiglierie
del tempo che ci interessa fossero efficaci su distanze inferiori
a quelle indicate (ricordiamo che l’annalista Filippo Casoni
scrive che, dopo sue settimane e piu' di diecimila cannonate, i
danni alla fortezza erano stati modesti). Si tirava dalla zona di
Granara, a circa 1040 m. in linea d’aria dal castello.Per la verità
bisognerebbe stabilire se i danni modesti erano dovuti a tiri imprecisi,
a poca forza d’impatto delle palle o a buona resistenza delle murate
colpite. Credo che vi fossero tutte e tre le cause e anche altre
situazioni a contorno. Si sa con certezza di detriti accumulati
che smorzavano l’effetto dei colpi. In ogni caso i 1040 metri di
distanza del castello dalla zona di tiro non sono poca misura per
le artiglierie dell’epoca. Osservando le sezioni verticali del terreno,
ricavate dalla carta topografica e le traiettone paraboliche possibili
con vari alzi dei cannoni, si nota come, per raggiungere il castello
con i proiettili, sono necessarie velocità d’uscita dalla volata
dei cannoni dell’ordine non inferiore a circa 100 m./sec. nelle
migliori condizioni di tiro.Come si vede, alla fine del ‘600, con
già 150 anni di sviluppo tecnologico rispetto al periodo che ci
interessa, le velocità di proiezione erano nell’ordine di 100/200
m/sec. e questo dato è importante. E' ragionevole credere che, a
metà del ‘500, la velocità di bocca fosse, perragioni già esposte,
notevolmente inferiore ai valori riportati.
Torniamo alle vicende dell’assedio, non prima di aver acquisito
un altro dato che forse può tornare utile. Diecimila cannonate,
40 pezzi, due settimane di batteria .10.000 diviso 40 è uguale (in
media) a 250 colpi per pezzo; 250 colpi diviso 14 giorni è uguale
a circa 17/18 colpi al giorno, media largamente possibile, non considerando
però la pioggia, incidenti vari, approvviggionamento di polvere
ecc.... Qui diventa impossibile stimare le percentuali dei vari
eventi per poter dimostrare o meno la veridicità di quanto riporta
Jacopo Bonfadio, per cui ci dobbiamo attenere a quanto viene
scritto; comunque siano andate le cose, dopo due settimane di tiro
non si era combinato nulla.
Non ci siamo occupati fino ad ora
delle difese attive degli assediati, ma, stando all’armamento che
possedevano (solo quattro pezzi di grosso calibro) si può ragionevolmente
ritenere che essi potevano provocare al nemico danni limitati. A
questo punto, come si sa, 1126 maggio Filippino Doria fa
spostare parte dell’artiglieria <<sopra un dosso men rilevato>>
chiamato 0lmeto e da 1i batte la torre di nord-est. Si parla, come
conseguenza di questi nuovi tiri, di breccia di valore relativo,
data l'altezza del sito, che avrebbe però avuto notevole impatto
psicologico sugli assediati, di trattative, di ripresa del cannoneggiamento
con la conquista successiva del torrione ad opera dei Genovesi per
il tradimento dei difensori mercenari del torrione stesso. E questa
la versione piu' attendibile della caduta del castello di Montoggio,
perchè le dodicimila cannonate complessive, pur arrecando danni
alla muratura, per altro riparati parzialmente nottetempo, non aprirono
brecce tali da consentire un massiccio attacco da parte degli assedianti,
anche perché il terreno era tutt’altro che favorevole. A sostegno
di tale posizione sta tutta una serie di considerazioni di carattere
fisico, balistico, meccanico e architettonico. I profondi cambiamenti
nell’arte della difesa statica furono una conseguenza meluttabile
dell’adozione della polvere da sparo e dde armi da fuoco in guerra.
Mura verticali e torri, qualunque fosse il loro spessore, erano
ritenute vulnerabili ai proiettili e alle mine (personalmente sono
d’accordo per il secondo tipo di offesa, mentre per il primo il
discorso è piu' complesso) e quanto piu' le difese sviluppatesi
nel tardo medioevo erano massicce e complicate, tanto piu' esse
tendevano a limitare le operazioni offensive degli assediati, offrendo
di conseguenza agli assedianti un’insperata passività bellica dell’avversario.
Gli assedi infuriarono però intorno a fortificazioni di vecchio
tipo per gran parte del XVI secolo e anche un castello rinascimentale
forse eretto su impianto medioevale, in posizione di particolare
forza naturale, come il castello di Montoggio poteva resistere abbastanza
a lungo contro forze anche rilevanti. L’utilità dei castelli medioevali
e anche di epoca piu' tarda sarebbe quindi potuta decrescere meno
rapidamente Se, date le maggiori forze impiegate, avessero potuto
contenere una quantità maggiore di forze opposte con tutti i problemi
di armamento e di sopravvivenza.Sarebbe ora necessario approfondire
(ma purtroppo non lo faremo e ci limiteremo alle solite conclusioni)
alcuni ragionamenti riguardo ai proiettili presumibilmente impiegati,
i calibri dei cannoni, le polveri di lancio, la velocità di arrivo
dei proiettili contro le mura e questioni di balistica terminale
per cercare di capire gli effetti stessi sull’obiettivo. In proposito
vorrei allora tentare di sviluppare alcuni calcoli che ci permettano
di dire qualcosa sull’effetto che ebbe il tiro dei cannoni sulle
mura del castello di Montoggio. E' possibile? In parte si, però
con tutti i limiti dovuti alla non conoscenza di dati che si possono
cercare in via sperimentale nelle stesse condizioni di allora (le
costanti di taratura legate a fattori non sempre valutabili).Ci
si rese conto allora che le artiglierie potevano procurare grossi
guai ai vecchi castelli e si adottò anzitutto il partito di aumentare
lo spessore delle muraglie per renderle atte a resistere all’artiglieria
d'assedio; ma una lunga e dolorosa esperienza doveva far sentire
la necessità di una vera evoluzione del sistema, mostrando come
non era la resistenza inerte di un muro, per quanto largo, quella
che poteva far fronte ad una potenza d’attacco capace di dare, come
osservava Eugene Viollet-le-Duc (1814-1879), dai 300 ai 500
proiettili su una superficie di circa otto metri quadrati. In ogni
caso sicuramente, tenendo conto anche della resistenza a rottura
della muratura nel suo complesso, inferiore a quella della pietra
e dipendente da vari parametri (tipo di materiale, tipo di malta,
modalità costruttive etc.) e ritenendo che la velocità dei proiettili
sulla cortina muraria poteva essere dell’ordine detto, vi era un
fenomeno di sgretolamento della muratura quando si verificavano
certe condizioni. Doveva esserci invece, nel caso dell’assedio del
castello di Montoggio, una notevole quantità di colpi poco efficaci,
soprattutto quelli tirati da lontano e rallentati dall’aria, quelli
effettuati con proiettili di calibro e peso inferiore o quelli che
arrivavano molto angolati sulle pareti. Si tenga presente che si
tratta di muraglie di notevolissimo spessore (sono là da vedere),
in pietra e non in laterizio. I documenti però ci dicono che, dopo
la nuova collocazione delle batterie, in una decina di giorni si
fece tale apertura che si poteva, sebbene con grande difficoltà,dare
l’assalto. Fu battuto un torrione, quello di nord-est, di minor
resistenza rispetto alle altre pareti? E' improbabile. La pianta
a disposizione se affidabile, indica lo stesso spessore. Forse si
ebbe una serie di colpi fortunati, forse la costruzione in quel
punto era fatta con materiali e leganti meno resistenti.
A questo proposito vorrei
proporre alcune ipotese assolutamente personali:
- La posizione nella
quale potevano essere collocate le batterie, anche la piu' vicina
ipotizzabile e favorevole per il tiro al torrione di nord-est, era
quella dove si trova la cappelletta di San Rocco. La distanza e
la sistemazione abbastanza piana consentivano, in ogni caso, solo
tiri discretamente angolati.
- La superficie circolare del torrione si presenta alla componente
perpendicolare della forza d’urto come l’estradosso di un arco e
quindi notevolmente resistente allo sfondamento.
- A breve distanza non potevano essere concentrati moltissimi pezzi
per ragioni di spazio.
- In dieci giorni di tiro il numero dei colpi non poteva essere
poi elevatissimo.
Tutto questo potrebbe far ragionevolmente
pensare al fatto che si era riusciti ad avere un’apertura non di
elevate dimensioni e comunque facilmente difendibile e anche facilmente
ostruibile nelle ore notturne nelle quali l’attività di tiro era
sospesa. In definitiva, il castello di Montoggio cadde, a mio giudizio,
piu' per tradimento che a causa di carenze difensive sul piano logistico
e strutturale.A conclusione, alcune considerazioni sul minamento.
I documenti parlano di tre mine attorno al castello. II podestà
Giovanni Bozzo scriveva infatti il 10 agosto 1547 al governo
genovese che l’artificiere Paolo della Mirandola e i suoi uomini
stavano lavorando alacremente e che <da mina verso levante
essere dentro de la muraglia palmi 76 per Il dritto, e come è stato
gionto a palmi 40 si è voltato verso del torrione non batuto e intrato
palmi 40, e fattoli uno forno dove se ha da metter la polvere, e
da l’altra banda de detta mina se[sic] voltato e intrato palmi 7,
e dice [Paolo della Mirandola] che gionto a palmi quaranta
farà uno altro forno. Quella da mezo giorno verso lo flume è intrato
dentro della muraglia palmi vinti anchora che sia durissima. Quella
de verso la tramontana che è la battaria è discosto dalla muraglia
anchor palmi diece. Et il detto Paulo non mancha d’animo, ma piu'
presto dice che attenderà piu' del promesso e che vole intrare per
tutta quella rocca anche fusse di alsaro>II minamento fu
di certo efficace nel far crollare il castello con mine disposte
da mani esperte, ma i lavori durarono ben due anni e questi dati
ci confermano il fatto che il castello era molto solido e costruito
con materiali notevolmente resistenti e di grande spessore nelle
mura.
* * *
Questo lavoro si pone solo come
un piccolo contributo alla storia dell’assedio della fortezza di
Montoggio, che potrebbe però avere uno sviluppo ben diverso se si
potessero effettuare scavi opportuni, rilievi e sondaggi sulle rovine;
se si potessero raggiungere in sicurezza tutte le parti della costruzione;
se l’indagine, per così dire, potesse diventare quasi <archeologica>,
estendendosi al terreno circostante al fine di trovare, se possibile,
tracce dell’assedio e del posizionamento del campo degli assedianti.Tutte
queste sono ovviamente operazioni molto costose che non possono
essere effettuate solo a livello di volontariato. Se qualcuno riterra'
che in Italia (so bene che vengono trascurati monumenti di grandissima
importanza storico-artistica) possa valere la pena di occuparsi
anche della testimonianza lasciata dai ruderi del castello di Montoggio
potrà trovare sicuramente appoggio e collaborazione da parte della
popolazione locale e da quanti finora se ne sono occupati.
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