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saremmo quasi tentati di mettere il mestiere di oste fra quelli
tramontati o quasi. infatti in questi ultimi anni, per cause molto
varie: spopolamento della montagna, invecchiamento degli osti, vari
balzelli governativi (esame preliminare, registratore di cassa,
ecc. ecc. ecc.) moltissimi osti hanno chiuso bottega.
Eppure l'osteria in un paese rappresentava molto di piú di
quello che era il suo compito principale: fornire da mangiare, da
bere e da dormire. Nei piccoli paesi l'osteria era il luogo di riunione
di tutti i paesani e d'incontro con i forestieri. Li non solo si
beveva, si giocava a carte, a bocce, alla morra, ma si discutevano
i problemi del paese: quello delle strade, da aggiustare o costruire,
degli acquedotti, dei lavori necessari alla comunità e di
tutti i problemi che si presentavano per le varie occasioni. A
Vobbia nell'osteria du "Luigin da sa",
negli anni venti si prendevano le decisioni per la co
struenda strada Vobbia-Isola. E poi l'osteria era il luogo dove
arrivavano le notizie degli altri paesi e il luogo da cui partivano:
una radio "ante litteram".
Vobbia, essendo, nei secoli passati, un luogo di intenso passaggio
di mulattieri, viandanti e pellegrini aveva molte locande, ben quattro
o cinque. Se ne conoscono parecchie molto antiche: nel 1700 in Ponticello,
nella casa di Gialle (Cristina) c'era l'osteria di Nicola Beroldo
detto Collino, antenato dei Gipolli.
A Vobbia bassa, dove ora c'é la macelleria c'era una locanda
dei Risso: Antonio Maria Risso ebbe parecchie vicende anche con
la giustizia a causa di boccali non bollati, di giochi e balli fatti
senza permesso. Altre locande erano in Fabio. Qui le locande erano
parecchie perché c'era un punto di passaggio obbligato: chi
scendeva da Croce e trovava il Fabio in piena, era obbligato a fermarsi
in questo paese. Altra osteria antica quella di Gin Risso o Giacun,
poi piú recente quella di Cesare Risso o dei Fuini. Queste
due osterie con alloggio funzionarono fino a pochi anni fa. Ma anche
gli altri paesi non erano da meno.
Alpe che era uno dei paesi piú piccoli aveva giá la
sua osteria nel 1837. Era di Oberti Giacomo che la passò
poi a Batta Garavano, poi a Giovanni Oberti q. Michele e infine
a Virgilio Ghiglione. All'inizio di questo secolo c'era sempre ad
Alpe l'osteria di Tognu du Rangu. Essendo zoppo l'oste aveva imparato
a fare il calzolaio non potendo svolgere il duro lavoro del contadino.
Si vede che le attrezzature culinarie dell'osteria non erano delle
piú varie e sofisticate, per cui Tognu, e, prima di lui suo
padre, tagliava il salame col trincetto da calzolaio. Alla faccia
dell'igiene! Ma forse il trincetto era piú pulito di certe
affettatrici moderne!
Nel territorio della parrocchia di Vallenzona
gli osti erano ben sei: uno a Piani, due a Vallenzona, uno al Poggio
e due a Vigogna.
A Vallenzona gli osti erano Mignacco e Gaudenzio, vicinissimi, quasi
dirimpettai, quello del Poggio era Garibaldi chiamato cosí
perché era andato in Sicilia con i Mille.
Gli osti di Vigogna erano Cinella e u Rattu.
Di queste osterie si diceva: "Da Mignaccu I'ea vinetta, da
Gaudensiu Fea turció,
da Garibaldi égua tencia (fin ta) dai pacciughi che u ga
fà ".
Dal resto gli osti sono sempre stati il bersaglio dei burloni. A
Onorato di Vobbia si diceva: Tu hai qualsiasi vino ti si chieda
e lo prendi tutto dalla stessa botte .
Ad Arezzo
c'era l'osteria di Zane, dal quale si andava il giorno della festa
patronale, a mangiare il formaggio "nisso" cioé
il formaggio con i grilli.
A Sarmoria
c'era l'osteria di Pinollo, una delle piú antiche che esiste
tuttora. Pinollo aveva anche il mulino ed era un trafficante e un
commerciante con tutti i paesi vicini.
A Caprieto c'erano due osterie, una di fronte al l'altra: quella
dei Burdé, Garavano provenienti da Arezzo, e quella dei Mignacco.
La piú antica era quella di Giovanni Mignacco che faceva
pure il commerciante ambulante.
Queste due osterie erano luogo di ritrovo per i cacciatori che vi
mangiavano e vi pernottavano prima e dopo le battute di caccia.
Sembra ancora di sentire i cacciatori raccontare le loro prodezze!
D'estate l'osteria di Burdé era luogo di villeggiatura di
varie persone anche di una certa levatura. I giovani di Caprieto
andavano loro incontro fino al ponte di Zan per portare i bagagli
dietro un piccolo compenso.
Che cosa si serviva nelle osterie?
In nessuna si vendevano super alcolici anche perché non usavano
ancora. Si serviva il vino prodotto nei nostri terreni. Non era
certamente una specialità. In certe annate peró era
veramente buono e poi era genuino. L'unico pasticcio che l'oste
poteva fare era quello di annacquarlo, gli altri pasticci erano
sconosciuti. Per i clienti piú esigenti c'era pure il vino
proveniente dal Piemonte. Spesso si andava a prenderlo con i muli
e le pelli di capra a S. Sebastiano Curone e a Brignano Frascata.
Non era difficile aprire un'osteria: non era necessario sostenere
l'esame di idoneitá. Bastava avere il vino buono, saper cucinare
anche molto semplicemente, sapersi accattivare la simpatia dei clienti
e avere la licenza del Comune che la concedeva con molta facilità.
Ora la maggior Parte delle osterie sono tramontate: non c'é
piú osteria a Vallenzona, a Caprieto nel rione dove c'erano
le due osterie vivono solamente tre persone, due delle quali quasi
novantenni!
L'osteria di Noceto
Un discorso a parte merita l'osteria di Noceto perché abbiamo
potuto intervistare Pippo che ha gestito l'osteria dal 1928 al 1970.
Egli ci ha fornito notizie preziose sul funzionamento della sua
osterialocanda ma anche di quelle precedenti.
Nel secolo scorso a Noceto c'era un'osteria vicino all'attuale negozio:
era di proprietá di Pruzzo Agostino I`Ostinin" ma era
priva di licenza quindi aveva un'attivitá molto limitata.
La prima osteria vera e propria fu quella appartenente alla famiglia
Corzetto. Tomaso Corzetto, "Maxin", nativo di Genova,
venne a Noceto da bambino. Nel 1882 sposó Torrigino Maria.
Essi aprirono un'osteria molto semplice, piccola, alla buona nella
casa dei Bastini, ora di proprietá di Pierina Torrigino.
Intorno al 1900 Maxin aggiustó una casa sopra la chiesa,
quella della Bice, e vi aprí un'osteria piú ampia
ed accogliente. Alla sua morte, nel 1914 l'attività passò
al figlio G.B., Baciccio che proseguí fino al 1926.
Nel Natale del 1928 Pippo Fervidi aprí l'osteria nella casa
dove abita attualmente. Egli faceva sia l'oste che il calzolaio.
La sua era un'osteria semplice ma accogliente come il padrone, sempre
gentile e sorridente.
All'inizio aveva sei tavolini e qualche sedia. Vendeva aranciata
sciolta e gazosa che comperava a Croce da "u sciu Doru".
II vino lo comperava nei paesi vicini: Arezzo, Sarmoria, Vallenzona,
Fossato e Crocefieschi. Col passare degli anni andò a comperare
il vino in Piemonte. I fornitori glielo portavano a Vobbia nelle
pelli di capra o in botti da 50 litri a dorso di mulo perché
fino al 1935 non c'era nessuna strada carrozzabile. Sempre col mulo
lui lo portava á Noceto.
I clienti nei giorni feriali erano i Nocetesi che andavano a passarvi
la serata facendo qualche partita. Poteva capitare a mangiare qualche
venditore ambulante, mentre nelle feste i clienti provenienti da
fuori erano numerosi. Il mangiare era semplice: minestra, pastasciutta,
pane e formaggio o salame o mortadella nostrana.
Da mangiare ne faceva la madre di Pippo a casa sua e lo portava
poi nella sala, poi la Sunta, madre di Candido. Questo finché
Pippo non si sposò.
Il giorno della festa patronale l'8 settembre era usanza cuocere
una grande quantità di trippe con le fagiolane richieste
dai clienti meno danarosi. Per i "signori" invece era
consuetudine preparare cima e gallina bollita.
II giorno della 3° festa di Pasqua gli abitanti di Costa Clavarezza
scendevano a Noceto per adempiere il precetto pasquale alla Messa
delle 8. Finita la Messa si recavano tutti, ma proprio tutti, nell'osteria
dove si facevano preparare un bel piatto di brodo di carne, bollente,
con un cucchiaio di sugo pure di carne. Era logico che andassero
all'osteria: essi erano digiuni dalla mezzanotte. Queste usanze
si protrassero fino al periodo postbellico (194748) poi si persero.
Ringraziamo di queste preziose notizie il novantaduenne Pippo, sempre
arzillo e lucido, e la figlia Luciana.
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