| |
Dalla fine dei feudi al Regno d'Italia
Con la fulminea campagna militare italiana di Napoleone, inizió
la fine di quel placido mondo feudale che per secoli aveva regolato
la vita delle montagne appenniniche.
L'arrivo delle truppe francesi nella Pianura Padana segnó
l'incontro tra i contadini dei feudi Imperiali e i "cittadini-soldati"
della Rivoluzione: esso costituí l'epocale passaggio tra
due mondi profondamente differenti.
L'animo dell`Armata d'Italia" era fatto di sentimenti autentici,
ma come ogni esercito essa aveva necessitá di sopravvivere
sul territorio che occupava: ció significó quindi
saccheggi e rapine. Nonostante tutto la popolazione non si piegó
inerme ai soprusi e alla violenza: i francesi furono attaccati piú
volte. Per rappresaglia a questi eventi nel 1796 Arquata fu incendiata,
il marchese Spinola messo al bando e Napoleone, da Tortona, lanció
un proclama che di fatto minó l'esistenza stessa dei feudi.
Secondo la tradizione il Castello della
Pietra fu incendiato proprio durante le rappresaglie della soldataglia
transalpina in Val Vobbia.
Intanto peró anche la gente dei paesi e i delegati all'amministrazione
si accorsero che il primato del feudatario non era piú un
limite invalicabile: l'egemonia dei nobili si stava incrinando anche
dall'interno del loro stesso dominio.
Il 5 Giugno 1797 il Bonaparte ed i rappresentanti della Repubblica
di Genova, decretarono a Mombello la nascita della Repubblica Democratica
Ligure e 1'8 Luglio, Francois Vandriés proclamó da
Arquata la fine dei Feudi Imperiali Liguri.
I nobili non erano stati capaci di comprendere la portata degli
eventi che stavano accadendo e ne furono sopraffatti. In pochi mesi
il secolare sistema feudale crolló! Odii e rancori esplosero
cosí in tutta la loro violenza: i contadini assaltarono le
proprietá feudali, i palazzi del potere furono saccheggiati,
gli stemmi nobiliari scalpellati, gli archivi incendiati.
L'arrivo dei valori liberali della Rivoluzione Francese si presentó
cosí tra fiamme e violenza, ma per la maggior parte degli
abitanti dei monti, costituí la speranza di una vita migliore.
L'8 Agosto dello stesso anno, i rappresentanti degli ex feudi convennero
in Genova per ratificare l'atto di adesione alla Repubblica Ligure.
Ogni inviato tenne un discorso e tra questi anche i "cittadini"
rappresentanti di Crocefieschi e delle
sue frazioni, che esaltarono la vittoria degli ideali rivoluzionari
sulla tirannide degli ex nobili e la sospirata costituzione di una
nazione ligure, fondata sulla libertá e l'uguaglianza.
Il giorno 6 Agosto infatti, anche Crocefieschi richiese di essere
unita alla Repubblica e nei giorni precedenti le popolazioni delle
varie localitá furono convocate (quindi
probabilmente anche i vobbiesi) e dopo una cerimonia attorno "all'albero
della Libertá" e al tricolore di Francia, gli organizzatori
presentarono ai cittadini il quesito referendario: - "Volete
aderire alla Repubblica Cisalpina o alla Repubblica Ligure?"
Il verbale dell'atto di adesione crocese ci racconta come "alla
proposta tra Cisalpina e Genova una voce unanime, con una acclamazione
generale il popolo ha demandato la sua unione al governo genovese".
A Campoformio il 18 Ottobre, l'Imperatore d'Austria rinunció
definitivamente ai suoi diritti sui Feudi Imperiali Liguri.
Dopo alcune suddivisioni provvisorie, Crocefieschi venne inserito
(26 Aprile 1798) nella nuova giurisdizione dei "Monti Liguri
Occidentali", di cui divenne capoluogo in alternanza con Casella.
Questo territorio era ripartito in tredici Cantoni e Crocefieschi
nel suo cantone comprendeva: Noceto, Vobbia,
Vallenzona, Arezzo
e Sant'Antonio (Salata - n.d.a.). A Croce
era inoltre posto il tribunale civile e quello criminale.
Da un'indagine commissionata dal nuovo governo conosciamo le risorse
economiche degli ex feudi, che ci rendono un'idea delle attivitá
e della produzione delle varie "comunitá" a quel
tempo.
Alla richiesta del Governo di conoscere la situazione dei diversi
cantoni, rispose anche
a nome di Vobbia, il parroco di Crocefieschi Domenico Lazzaro Beroldo,
ovviamente vobbiese d'origine.
Questo il passo che ci interessa della sua relazione:
"1 Aprile 1799, 2° anno della Repubblica Ligure:
(...J come che io sia oriundo di una villa vicinissima che si chiama
Vubbia,situata in mezzo a due torrenti, che si uniscono poi in uno
solo; vi dico perciò alcune cose riguardo a quello che voi
domandate [..].
Il letto di questi due torrenti si é alzato da 14 anni, circa,
di molto, e dirò, senza mentire, piú di 6 palmi (circa
un metro e mezzo - n.d.a.) con danno notabile di questa popolazione
che corre il pericolo di rimanere affogata. [...] L'esito delle
acque non é impedito, ma i torrenti, ossia il loro letto,
sempre si alza [...], parrebbe che se con della polvere si spaccassero
queste pietre (la frana del Ponte di Zan - n.d.a.), dovrebbero nuovamente
darsi esito ai torrenti, e che ciò sarebbe meno dispendioso
dei ripari che si potrebbero fare).
Ma il dominio filo-francese non era scevro dall'instaurare nuovi
problemi. La Costituzione attaccava la religione e "il popolo
delle comunità rurali, se in molti casi aveva fatto fronte
comune contro lo sfruttamento feudale, in materia religiosa era
tradizionalista, e non poteva tollerare che venissero intaccati
i principi della fede e ridotta l'autorità del parroco".
Giá dal settembre '97 infatti nuovi disordini divamparono
in Valle Scrivia, Trebbia ed in tutto il genovesato e dopo pochi
mesi ci si accorse che l'economia era ferma, il diritto dissolto,
le funzioni amministrative confuse, l'ordine pubblico difficile
da mantenere e che non era stata conquistata rispetto a prima nessuna
"liberté", nessuna "égalité",
nessuna "fratemité".
La coalizione antinapoleonica del 1799 portò poi all'assedio
economico e militare di Genova e alla tenace difesa del generale
Massena (1800).
Il blocco del porto della Superba e dei valichi appenninici diede
il via ad un difficilissimo periodo di ristrettezze economiche,
ricordato come "l'epoca della grande fame", durante il
quale il popolo dei monti fu costretto a cibarsi di radici ed erbe
per sopravvivere.
Anche nei registri dei paesi vobbiesi si contano tantissime annotazioni
di "miserabile"
e di persone morte in condizioni di estrema povertá: del
resto come giá accennato, anche le strade della Val Borbera
furono bloccate dai soldati austriaci tagliando i viveri (in misura
minore rispetto alla cittá) agli abitanti dei monti liguri.
Prevalso il Bonaparte, la Repubblica continuó la sua instabile
esistenza e nel 1803 fu attuata una nuova suddivisione territoriale,
con Croce facente parte delI'VIII Cantone della Giurisdizione del
Lemmo, con capoluogo Savignone.
La liberazione di Genova dal giogo francese, che portó comunque
un innegabile progresso sociale ed amministrativo, avvenne nel 1814
ad opera degli inglesi, ma dopo un'effimera restaurazione della
Repubblica, il Congresso di Vienna del 1815 assegnó la Liguria
agli Stati di S.M. il Re di Sardegna.
Crocefieschi (con Vobbia) nell'ambito del Ducato di Genova, fu aggregato
alla stessa Provincia, nel Cantone di Savignone.
Nel 1816 sappiamo che il "Commune di Croce" contava circa
3400 abitanti e primo sindaco fu probabilmente il sig. Villavecchia,
citato giá nel 1806.
Nel 1821 inizió la lunga rivoluzione delle vie di comunicazione:
fu inaugurata la strada dei Giovi Genova-Torino, che diede il via
alla massiccia emigrazione verso le Americhe, accentuata ancor piú
dalla successiva costruzione delle ferrovie (1853 e 1889), che tagliarono
fuori da ogni commercio le valli piú interne come quella
vobbiese.
Nel 1825 Vobbia divenne sede di Vicariato foraneo, mentre nel 1829
il 9 Ottobre, si verificó un terremoto che provocó
molti danni come nel 1834 quando un furioso nubifragio distrusse
molte case e cascine nella "villa di Vobbia".
Il 13 Agosto 1855, giorno della festa patronale di N. S. delle Grazie,
l'Arciprete, dopo la solenne Messa, si sentí male.
Trasportato in canonica, vi morí poco dopo... fu il primo
caso di colera. In poco tempo morirono cinquantaquattro persone:
"la gente, sgomenta, aveva interrotto ogni attivitá
aspettando la morte. I piú forti e generosi confortavano
gli ammalati, trasportavano e seppellivano i morti".
Nel 1872-73 una grande frana lunga circa duecento metri investí
il villaggio di Torre: "nei Piané prima c'era un profondo
torrente, adesso c'é schiena... ", cosí commentó
un anonimo cronista del tempo.
La difficile unione con il Piemonte fu poi superata nell'Unitá
d'Italia (1861) ma i vobbiesi, come la maggioranza dei sudditi di
Sua Maestá, quasi non si accorsero di aver cambiato "padrone":
dal feudatario ai Savoia passando per Napoleone, ma la lotta per
la sopravvivenza quotidiana rimase sempre la stessa.
Dopo tante sventure e vicissitudini, gli anni a cavallo tra i due
secoli furono caratterizzati da un grande fervore sociale: a Vobbia,
Vallenzona e nelle altre frazioni, vennero fondate Societá
Cattoliche, Bande Musicali, cantorie, furono fondate scuole, asili,
cooperative economiche, la lotta politica per l'indipendenza comunale
e la costruzione di strade infiammó gli animi di giovani
ed anziani, la Cattedra Ambulante per l'agricoltura diffuse nuovi
concetti e nuovi metodi di sfruttamento della terra.
Del resto la vita quotidiana dei paesi era solitamente tranquilla
ed armoniosa, il sentimento dell'aiuto reciproco e della solidarietá
prevaricava le grandi sofferenze: la trebbiatura, la cottura del
carbone, l'essicazione delle castagne, anche se riguardavano in
quel momento una sola famiglia, diventavano un'occasione comune
di incontro e socializzazione.
Le osterie erano il luogo di discussione privilegiato dove "il
paese" decideva su strade, acquedotti, abérghi: insieme
si affrontavano i problemi del villaggio.
La nascita di un bimbo, la morte di un congiunto, la partenza in
divisa di un fratello, diventavano gioie o lutti per tutta la comunitá,
che tale diveniva dividendo fra tutti i suoi componenti questi avvenimenti
ed aiutandosi l'un l'altro a superarli con meno fatica.
Certo non mancavano difficoltá, rancori ed accese dispute,
amplificati dalla stretta convivenza e dalla precarietá,
ma spesso proprio i momenti difficili e le "lotte comuni",
smorzavano campanilismi e rivalitá personali.
|
|