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  STORIA VAL VOBBIA, comune di Vobbia  
 


Per narrare la vicenda umana della Val Vobbia é necessario restare legati anche a due localitá che su di essa si affacciano e che ne hanno profondamente condizionato storia e sviluppo: Mongiardino e Crocefieschi, come indivisibile é il legame culturale e storico con le valli vicine, con Dova, Agneto, Carrega, Rocchetta (Al) e Savignone, Casella, Valbrevenna, Busalla, il Monte Antola.
I documenti storici che riguardano queste localitá e Vobbia sono sparsi dappertutto, dalle parrocchie all'Archivio di Stato di Genova, dagli omonimi archivi di Torino e Milano alla Biblioteca Nazionale di Parigi, dagli archivi imperiali di Vienna alle raccolte dei discendenti dei signori feudali, passando per il Vaticano... Ricostruire la storia di un piccolo paese significa girare mezza Europa!
I primordi
Per indagare sulle origini preistoriche della Val Vobbia é necessario, come base di partenza, far riferimento alla topografia e allo schema orografico che caratterizza le alti valli dello Scrivia e del massiccio dell'Antola. Infatti la continua altalena di vallate, separate da costiere fittamente boscate ed incassate nei contrafforti delle montagne che dividono il mare dalla pianura, probabilmente non favorí un popolamento umano anteriore a 6000 anni fa.
Il ritrovamento di un'ascia in pietra verde sulla catena del Reopasso, avvenuto nel 1986, fa supporre che le rocciose vette luogo della scoperta, fossero utilizzate dagli uomini del Neolitico come punto di osservazione verso la Val Vobbia e la Valle Scrivia, nell'ambito di attivitá di raccolta, caccia, pesca e non costituisce un segno della presenza di insediamenti stabili.
Del resto (come abbiamo visto) la valle vobbiese era a quel tempo ricoperta da un'inospitale e selvaggio bosco di conifere, del tutto simile alle foreste del Nord-Europa... ma forse la terra custodisce gelosamente altre tracce dei nostri progenitori ancora sconosciute.
Testimonianza diretta di un successivo popolamento preistorico della Val Vobbia, o comunque di una sua frequentazione, é invece costituita dall'Ascia di Noceto, rinvenuta sul finire degli ultimi anni '70 nei dintorni della frazione. Si tratta di una piccola ascia piatta in rame, di forma trapezoidale allungata attribuita alla fase iniziale dell'Etá del Rame, confrontabile con il tipo detto del "Similaun".
Tuttavia possiamo dire che 1a Valle Scrivia inizió ad essere abitata stabilmente dall'uomo solo circa 3500 anni fa (media Etá del Bronzo) poiché, per ora, il ritrovamento piú antico di un vero e proprio villaggio é quello avvenuto a Renesso, presso Savignone; peró trattandosi in genere di ritrovamenti sporadici ed in mancanza di scavi archeologici sistematici, la reale consistenza degli insediamenti preistorici non é ancora del tutto chiarita.
Per trovare piú sicuri elementi dobbiamo scendere alla seconda Etá del Ferro, quando si fecero piú intensi gli scambi commerciali tra le popolazioni costiere e quelle della valle Padana, lungo rotte che rimarranno grossomodo in uso fino al Medio Evo o addirittura fino al XIX secolo.
Durante questo periodo gli insediamenti dell'Appennino furono influenzati dalla civiltá detta di "Golasecca", che si diffuse grazie al lento cammino "per costa" delle primitive carovane, lungo percorsi che in Val Vobbia é semplice individuare in quella che sará poi la "Via del Sale" o "Via dei Feudi Imperiali".
Numerosi sono i reperti archeologici risalenti a questo periodo, come le ricche tombe "a cassetta" di Camiaschetta (Savignone), rinvenute nel 1884 e la necropoli di La Cá, che nel 1934 fece gridare "al tesoro" gli abitanti della Valbrevenna: pensavano a pignatte piene d'oro, ma erano "solo" antichissime sepolture "liguri".
Giá, poiché tra il 500 ed il 400 a.C. i Liguri, popolazione di origine celto-gallica organizzata in tribú seminomadi, colonizzó l'Appennino e ne caratterizzó la storia piú antica. Essi vivevano di caccia, pastorizia, agricoltura e producevano manufatti lavorati con grande abilitá, non erano conquistatori ma indomiti guerrieri, stirpe rude e fiera che viveva lottando contro gli elementi e le belve.
"Costoro abitano una terra sassosa [...] e dal momento che la terra é coperta di alberi, alcuni per° l'intera giornata, abbattono gli alberi forniti di scuri affilate e pesanti. [...] A causa del continuo lavoro fisico e della scarsezza di cibo si mantengono nel corpo forti e vigorosi [..]. Vivendo di conseguenza sulle montagne coperte di neve ed essendo soliti affrontare dislivelli incredibili, sono forti e muscolosi nei corpi, [ . . . ] coraggiosi e nobili non solo in guerra".
I Liguri, inventori dei terrazzamenti "a fasce" con i quali circondavano i loro villaggi fortificati (detti "castellari") adoravano le vette, le piante, le sorgenti, gli animali e gli altri elementi della natura, costituendo con la loro terra avara un legame inscindibile. Tracce di questi antichissimi culti sono riscontrabili ancor'oggi in molte tradizioni contadine, come quella del pellegrinaggio sull'Antola per assistere all'alba.
Va citato che addirittura (anche se discutibilmente) lo studioso Gaetano Poggi, parlando della pieve di Caranza (Mongiardino), afferma che:
"Vergagni, Cravié, Vubbia, Noxeo, A-ezo, Va-enzona, Canaie, (sono) tutti luoghi antichissimi che rappresentano una antica tribú ligure che io non esito a chiamare la tribú dei "Caranzin" [...] alla quale apparteneva in antico tutta la popolazione di Vobbia, da Isola fino a Caranza".
Si affermó in seguito la civiltá di Roma che, affacciatasi sulla zona durante le guerre puniche, vide il popolo ligure alleato dei cartaginesi, ma tra il 238 e il 49 a.C. i romani ne piegarono la bellicosa resistenza, imponendo il loro dominio e favorendo una maggiore colonizzazione del fondovalle dello Scrivia, dove furono aperte strade (la "Postumia", 148 a.C.) ed edificate cittá (Libarna).
Ma in corrispondenza al dominio romano si verificó uno spopolamento delle montagne e non é possibile dimostrare che l'Appennino fosse abitato, se non sporadicamente in relazione ai percorsi commerciali, tra l'anno zero ed il 300 d.C.
Diversi invece i ritrovamenti archeologici risalenti all'epoca Imperiale e tra questi: "l'Ara delle Matrone" enigmatico cippo sepolcrale ritrovato in Val Sisola, embrici e tegoloni a Camincasca e a San Lorenzo di Mongiardino, tegoloni in loc. Casté di Arezzo, una necropoli di etá augustea rinvenuta (e distrutta) a Crocefieschi nel secondo dopoguerra. Questi solo per citare i reperti inerenti all'area della Val Vobbia.
Essi sono sí "documenti d'etá classica [...], ma denunciano senza possibilitá di dubbio una continuitá di costumi e riti antichissimi, ed insediamenti liguri sopravvissuti al nuovo orientamento della civiltá e divenuti clienti dell'industria romana ". .
Sappiamo per certo che a partire dal IV sec. d.C. si ebbe una netta inversione di tendenza: la popolazione riprese la via dei monti, dove poté trovare rifugio dalle sempre piú frequenti invasioni delle orde di barbari che portarono morte e distruzione, costringendo la gente a disperdersi in comunitá agro-pastorali autarchiche e sperdutetra valli selvagge, ritornando tuttavia a livelli di vita appena superiori al periodo ligure ed in balia del predominante elemento naturale.Attraverso l'Appennino si svilupparono cosí nuovi percorsi e ripresero nuova vita le antiche strade che collegarono i nuovi centri: proprio lungo queste "vie" sorsero nell'Alto Medioevo le pievi e i monasteri, segno dell'iniziale penetrazione del Cristianesimo anche in queste remote zone, dove si affermó pienamente solo nel VI secolo. Ai "pagi" romani subentrarono cosí le pievi (da "plebs" = popolo della campagna) il centro cristiano delle zone rurali e tra quelle sorte in Valle Scrivia e Borbera, ci riguarda direttamente quella di Caranza (Mongiardino), dalla quale dipenderanno in seguito tutte le antiche chiese della Val Vobbia. Nel maggio dell'anno 946, Teodolfo vescovo di Genova concesse in locazione vari terreni posti nel territorio della Pieve di San Giovanni di "Carancia": questa é la prima testimonianza scritta inerente all'antica chiesa, certamente ampiamente successiva alla sua fondazione, ma che costituisce tuttavia la piú antica notizia su una pievana genovese.
Nel frattempo si era affermato il rude dominio longobardo (573-774), testimoniato tra l'altro dal passaggio del converso Re Liutprando, che avvolto di un'aura di leggenda e misticismo condusse le spoglie di S. Agostino dall'Africa a Pavia (721-725) passando per Savignone e probabilmente attraverso Crocefieschi, la Val Vobbia, Caranza, Vergagni, fino a giungere alla pianura e alla capitale del suo Regno.
Ma come giá accennato, parallelamente alla fondazione delle chiese, vi fu la diffusione di tantissimi monasteri e abbazie che sorsero in "loca deserta", lungo le strade, per assistere viandanti e pellegrini. Tra questi fu importante l'Abbazia benedettina di S. Clemente di Dova (presso San Fenno) che fu fondata a seguito di un dono imperiale avvenuto nell'869.
Senza addentrarci ulteriormente tra le ostiche vicende politiche del Medio-Evo, va detto che ai Longobardi succedettero i piú illuminati Franchi (744):
Carlo Magno, loro principe, introdusse in Italia il sistema feudale e fu incoronato imperatore del restaurato Sacro Romano Impero (800).
In seguito, suddiviso il territorio, il Re d'Italia Berengario II d'Ivrea nel 952, costituí delle "marche", cioé dei patti per difendersi dagli attacchi dei Saraceni, che nel 936 avevano devastato Genova ed erano dilagati nell'entroterra distruggendo paesi, chiese ed abbazie, lasciando tracce nelle tradizioni e nei toponimi locali.
Le valli dello Scrivia furono cosí inserite nella "Marca Obertenga" governata dagli omonini conti, frazionata in seguito in feudi minori dominati da potenti famiglie discendenti dall'antico casato: cosí mentre nelle cittá si originó l'epoca comunale, nelle campagne i marchesi ed i loro vassalli restarono incontrastati signori, arroccati nelle fortezze montane. L'uomo umile sopravviveva invece senza la certezza del domani sottoposto alla minaccia continua di guerre, carestie e soprusi.
Vista la complessitá degli argomenti ed il relativo interesse che essi suscitano, piú revemente ci limitiamo poi a dire che in Valle Scrivia e Borbera tra il 1000 ed 1200 governavano all'ombra
dell'impero ma in una "girandola" di investiture, concessioni e dispute, i Vescovi-Conti di Tortona, il comune omonimo, il comune e l'Arcivescovo di Genova e alcune famiglie vassalle o "amiche" di queste potenze.
Ma si interessavano della zona anche importanti personaggi come Imperatori (Federico Barbarossa concesse per esempio il borgo di Croce ai Malaspina nel 1198), Papi e potenti abati. Tra i casati dominanti vanno certamente citati i Marchesi di Gavi, i Malaspina, i Mongiardino-Pietra e piú a Sud, i signori di Savignone, che nella Val Vobbia deterranno il potere, investiti dalle autoritá civili o religiose di Genova e Tortona, fino alla fine del 1200, quando interveranno profondi mutamenti politici. Essi amministravano il loro totale potere, spesso in condominio, dal castello di Parissone (poi Croce), dal Castello della Pietra e dal maniero di Mongiardino, che giá dal XI secolo torreggiavano minacciosi, ma anche protettivi, sui villaggi della valle.
Complicato sarebbe "mettere in fila" i signori di questi castelli e feudi dal crepuscolo della loro storia, poiché spesso in un borgo dominavano piú feudatari investiti ora dal vescovo, ora dall'imperatore, con l'ingerenza dei genovesi e soprattutto tra tradimenti, voltafaccia e doppigiochi dei signorotti locali. Inoltre le valli Scrivia e Borbera furono per secoli la valvola di sfogo delle contese tra le famiglie aristocratiche di Genova e delle lotte tra guelfi e ghibellini, via di passaggio di eserciti animati da propositi guerreschi e di saccheggio, desiderio proibito della Repubblica, dei Visconti di Milano e di altre potenze.
Dall'imperante confusione di quei secoli sembrarono peró elevarsi prima gli Spinola, che grazie ad accordi, acquisti e all'investitura imperiale, assunsero il controllo di gran parte della zona.
Ma assieme al loro dominio crebbe in Oltregiogo anche il prestigio di un'altra grande famiglia genovese: i Fieschi, che si impossessarono delle alte valli, compresa (in parte) quella di Vobbia. Dalla seconda metá del 1200 si consolidó cosí il potere feudale, che fino a quel momento era piuttosto labile: solo con la citata investitura nel 1313 l'Imperatore del Sacro Romano Impero germanico Enrico VII, eliminó teoricamente le pretese delle altre potenze sulle valli appenniniche.
I Fieschi divennero signori di Savignone e Croce giá dal 1252 acquistandoli dai precedenti consortili, spinti soprattutto dagli introiti derivanti dal controllo delle strade, mentre gli Spinola subentrarono al Castello della Pietra e a Mongiardino attorno al 1296.
Tuttavia da alcuni documenti sappiamo che nel 1200 gran parte dei villaggi vobbiesi erano parte della giurisdizione del Castello della Pietra: solo in seguito quasi tutta la valle passerá sotto al predominante dominio fliscano, dando inizio al secolare legame con Croce che Vobbia e le sue frazioni romperanno solo all'inizio del XX secolo.



 
 
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