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  VALLENZONA Organo, comune di Vobbia  
 

Chiesa parrocchiale S. Maria Assunta

Organo costruito da Nicomede Agati e fratelli di Pistoia nell'anno 1851, opera numero 392, proveniente dalla Chiesa parrocchiale di S. Martino e S. Maria della Cella di Genova Sampierdarena e posto nell'attuale sede nel 1940.
Collocato in cantoria lignea, costruita nel 1940 da Guido Grosso, sopra l'ingresso principale.
La cassa, non originale, é in legno dipinto ed é addossata alla controfacciata. Il prospetto é costituito da tre campate contenenti 29 canne di facciata finte in zinco, disposte secondo lo schema 9+11+9, con bocche allineate e labbro superiore a mitria riportata e baffi laterali.
Tastiera non originale di 56 tasti ed estensione Dol-So15, con prima ottava cromatica.
Pedaliera non originale di 27 pedali ed estensione Dol-Re, reale.
Registri azionati da manette con aggancio poste in due colonne a destra della tastiera;

... E Guido Grosso costruì la cantoria

Spesso le cantorie degli organi venivano fabbricate da maestranze locali. Piú o meno in tutti i paesi vi erano abili artigiani dotati di capacitá, senso estetico e fantasia, in grado di lavorare fianco a fianco con il committente ecclesiastico assicurando la perfetta riuscita del manufatto.
L'ultima cantoria della nostra valle venne costruita dal signor Guido Grosso di Costa di Vallenzona durante il secondo conflitto mondiale.
Negli anni '50, Guido ha dovuto lasciare la natia Vobbia per trasferirsi a Busalla dove, da allora, ha sempre vissuto e svolto, fino a pochi anni fa, l'attività d'imprenditore edile.
La sua é stata una vita dedicata, fin dalla piú tenera età, al lavoro e alla famiglia; malgrado qualche malanno, Guido si avvia serenamente al traguardo dei novant'anni, lucido e con ancora molta voglia di fare: "quando esco di casa per una passeggiata quasi sempre le mie gambe mi portano verso qualche posto `dove si lavora, ad osservare le maestranze all'opera. C'é sempre qualcosa di nuovo da imparare nei mestieri e se, vedendo gli altri operare, scopro che un dato lavoro puó essere eseguito in maniera diversa o nuova ..., beh... mi verrebbe ancora la voglia di cimentarmi".
Insieme ricordiamo i tempi in cui aveva il laboratorio `da bancá' a pochi metri da casa mia e rammenta d'avermi visto in fasce. Quando accenno al progetto di pubblicare un libro sugli organi della nostra valle, accende lo sguardo e la favella: volendo parla un italiano corretto e `colto' ma, fra di noi, per familiarità, il genovese é di pragmatica! Ovviamente io non infrango l'inveterata abitudine e cerco solamente di tradurre fedelmente il suo racconto.
Una vita dedicata al lavoro, ricordavamo, e non soltanto ad un lavoro.
Come hai incominciato a fare il falegname?
"Ho imparato da ragazzo, praticamente da solo, durante i mesi invernali, quando vi erano minori occasioni di occupazione. Nella bella stagione lavoravo con mio padre, capomastro e con i miei parenti, muratori anch'essi.
Abbiamo costruito o ingrandito case, restaurato chiese e campanili; eravamo un po' specializzati in questo settore e ricordo d'aver ripristinato quasi tutti i campanili della valle: Vobbia, Montessoro, Clavarezza, Tonno, Mignanego ed abbiamo costruito nuovo quello di Marmassana.
Ho incominciato facendo il `bocia' poi, a poco a poco, mi sono impratichito; a quel tempo non c'erano scuole e il mestiere s'imparava in cantiere, dai capimastri e dai piú anziani.
Durante l'inverno, quando la maggior parte dei miei amici consumava il fondo delle braghe seduta, giocando a carte, io avevo i calli alle ginocchia a forza di accovacciarmi attorno a qualche pezzo di legno per tentare di cavarne qualcosa di utile. Prima di prendere in mano la sega volevo avere ben chiaro nella mente che cosa dovevo fare e spesso passavo interi pomeriggi a studiarmi il lavoro .
Quando arrivava qualcuno con una tavola di legno pregiato (noce, ciliegio, ecc.) ero felice e soddisfatto poiché potevo mettere a frutto la mia abilità e cercavo di trasfondere nel tavolo o nell'armadio che dovevo costruire tutto l'ingegno di cui ero capace.
Lavoravo con una passione incredibile: una volta per finire un letto lavorai tre giorni e tre notti di seguito, senza dormire e quasi senza mangiare
Avevo un piccolo laboratorio con pochi utensili manuali. Durante la guerra, sarà stato nel 43 o nel 44, vidi su un giornale la réclame di una macchina per il legno, prodotta da un'azienda di Modena.
Malgrado i tempi, decisi di partire per andare alla sede della ditta a contrattare l'acquisto di quel macchinario, pur non sapendo neanche se la fabbrica fosse ancora in attività o se, a causa della guerra... .
Decisi comunque di partire; a casa mi prepararono un `gruppino' (fazzoletto da viaggio) con dentro una pagnotta, un pezzo di formaggio e qualche frutto. Fu a causa di tutto quel `ben di Dio' che rischiai anche di passare un guaio. Allora era tutto razionato e, arrivato a Modena, fui fermato dalla milizia e sottoposto a una sequela di domande sulla provenienza di quel poco cibo che avevo con me.
Quando, finalmente, riuscii a mostrare, sulla carta geografica, dove era situato il paese dal quale provenivo, capirono e mi trattarono anche affabilmente".
E' vero che hai disegnato tu la cantoria?
" Si, la cantoria di Vallenzona é stata la mia prima opera rilevante e la sua costruzione si presentava assai complessa; passai molto tempo in chiesa per studiare il posto dove andava alloggiato l'organo, a prendere misure e a fare congetture.
Quando mi parve tutto chiaro presi una matita e, a mio gusto, buttai giú uno schizzo sottoponendolo all'esame del geom. Colletto il quale lo copiò in bella senza toccare nulla.
L'unica variante fu fatta in corso d'opera: per sorreggere il tutto io avevo previsto un arco in cemento armato ma questo sistema si rivelò troppo costoso e dovemmo sostituirlo con un trave in legno, una soluzione che, malgrado le difficoltà del trasporto, risultò essere piú economica. Tutti i pezzi dell'organo e il legname per la cantoria vennero portati su a dorso di mulo da Busalla: ed ho ancora in mente l'amico Raffelin con il suo mulo andare avanti e indietro infinite volte". Parlaci un po' della costruzione:
"Mi misi al lavoro con i primi freddi coadiuvato da alcuni 'assistenti volontari i quali, saltuariamente, mi aiutavano per impratichirsi nel mestiere. Lavorai quasi tutto l'inverno; come ho detto non avevo ancora macchinari ma solamente pochi, vecchi utensili; a causa della guerra era anche difficoltoso procurarsi nuovi attrezzi.
Fui costretto a costruirmi i `ferri': dei raschietti per sagomare le modanature, e eseguì a mano tutti gli intagli con qualche vecchia sgorbia che affilavo con `a moa' (mola) girata a mano.
Fortunatamente era tutto legno di pino e pioppo, abbastanza facile da lavorare ma certamente meno decorativo di altre essenze, tuttavia, con quel che avevo... ho fatto il possibile!
Alla fine verniciammo tutto del colore che ancora si può vedere. Certo se avessi avuto a disposizione qualche essenza di legno pregiato avrei creato delle decorazioni, utilizzando le venature del legno, o rendere piú prezioso il tutto con qualche intarsio".
E mentre dice ciò indica i bellissimi mobili lastronati, ingentiliti da sapienti accostamenti di essenze pregiate e da intarsi, che ancora oggi arredano la sua casa e da lui costruiti quasi sessant'anni fa, al momento di unire il suo destino con quello della signora Clelia, ancor oggi al suo fianco.
Fu fatta festa per l'inaugurazione del nuovo organo? "Sinceramente non ricordo; venne il Vescovo per una benedizione ma non ricordo nessuno col bicchiere alzato per brindare alla mia fatica; erano altri tempi e la guerra rendeva tutto ancora piú austero. Ricordo che un giorno dell'estate successiva, ricevetti il compenso per il mio lavoro: eravamo a tavola, all'ora di pranzo, quando mi apparve don Vigo sulla porta di casa, con un rotolo di soldi in mano; non erano molti, neanche per quei tempi, ma sai la soddisfazione! Comprai qualche nuovo utensile e successivamente, con altri risparmi, la pialla elettrica".
Hai costruito pezzi stupendi e chi ha un tuo mobile ne va, giustamente, fiero: che cosa provi quando ti soffermi ad osservare la `tua' cantoria?
"Sono attratto piú dalle opere degli altri che dalle mie. Ti sembrerà strano, ma ... ho preso moglie nella chiesa di Vallenzona e lí sono entrato ed uscito migliaia di volte; eppure quasi mai ho alzato lo sguardo per osservarla; la ricordo molto bene a pezzi, mentre la costruivo, e potrei ridisegnarla a memoria, ma, finita, al suo posto.. é quasi svanita dalla mia mente. Forse... forse .... vorrei poterne costruire un'altra"!
E mentre termina la frase lo sguardo corre via, come se la sua mente fosse già pronta ad elaborare le linee e i calcoli di un altro `masterpiece'.
Nel riportare questa nostra conversazione ho voluto ricordare le grandi doti di laboriosità e la profonda umanità di Guido Grosso, artefice di un'opera pregevole e di un pezzo della nostra storia e della nostra cultura, da capire per poter essere apprezzata, ma soprattutto, da custodire per poterla trasmettere alle generazioni future.


 
 
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