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La Via del Sale
"La carovana é ormai giunta alla Croce, non resta che
scendere a Vobbia dove finalmente, all'imbrunire,
uomini e bestie troveranno il meritato riposo.
I mulattieri guidano gli animali verso Vallemara, lasciandosi alle
spalle i grandi magazzini dei Fieschi. Sui basti, traballanti ma
ben saldi al garrese dei muli, sono stipati sacchi di sale, barili
con acciughe, pesce ed altre merci dirette ai borghi del tortonese.
Gli esperti carovanieri arrivano, passo dopo passo, a Fabio e lí
possono finalmente ricoverare animali e vettovaglie, concedere il
giusto riposo alle some e alle loro gambe, mangiare un piatto caldo
in una delle tante locande e magari, al fioco chiarore di una candela,
giocare una partita a carte, prima di addormentarsi su di un povero
pagliericcio.
Domani ripartiranno di buon ora ed accompagneranno il mattino nascente
con le loro urla, di sprono per gli incerti muli, costretti controvoglia
ad attraversare il torrente. Poi su, verso Costa Salata e ancora
oltre, in direzione della pianura".
Questa scena si ripeté per secoli lungo la "Via del
Sale", importante via di comunicazione dall'epoca pre-romana
sino a tutto il XIX secolo.
Ma che cos'era questa "via" e quale il suo tracciato?
Immaginate una strada che parte dalle banchine del porto di Genova,
tra una folla vociante di persone e ogni genere di mercanzia. Prima
si fa largo tra le bancarelle e poi si addentra fra gli stretti
vicoli, raggiungendo le alture del Peralto e le colline che fanno
da cornice alla Superba.
Da qui, con il nome di "Strada delle Baracche", raggiunge
Torrazza e valica il giogo appenninico a Crocetta d'Orero, dove
si congiunge con le strade del Polcevera e da dove scende a Casella,
tra i nobili palazzi fliscani sede della "Casa del Mercato".
Si inerpica sulle pendici del Monte
Maggio, supera Sorrivi e giunge in breve a Croce, dove incontra
altre mulattiere che lí arrivano da Busalla, dall'Antola
e dalla Valbrevenna.
Tra le fasce coltivate ed i muri a secco scende poi a Vobbia e se
la stagione lo consente, raggiunge il greto del torrente e lo percorre
per un lungo tratto. Sale infine a Costa Salata, ultimo ed impegnativo
passo appenninico prima di raggiungere Mongiardino, Vergagni, Rocchetta,
Cantalupo e San Sebastiano Curone, dove si svolge un grande mercato
e da dove i prodotti prendono direzioni diverse, verso le cittá
padane.
Questo, secondo una definizione prettamente commerciale é
il tracciato della Via del Sale antichissimo percorso che deve forse
la sua origine ai popoli liguri, ma che secondo alcune teorie fu
tracciato da Livio Ercole Arniense e quindi detto, durante l'Impero
Romano, "Strada Preromana Erculea". Certamente il suo
percorso non fu sempre il medesimo, poiché i carovanieri
variavano le tappe in base alla stagione e alle esigenze dei loro
commerci, passando attraverso altri paesi o per valli limitrofe,
toccando o evitando quel borgo o quel feudo: in sostanza percorrevano
una direttrice schematica, frammentata in differenti itinerari.
Lungo il percorso descritto si incontrano peró il maggior
numero di tracce di questa percorrenza nei paesi, tra i toponimi,
negli archivi.
Sulla Strada del Sale viaggiavano carovane di muli, le quali percorrevano
i crinali delle montagne incuranti dei dislivelli, costiere piú
faticose certo, ma anche piú sicure dalle imboscate dei briganti,
dalle piene dei torrenti e dalle insidie delle gole appenniniche.
Giunti alla pianura esse ripartivano poi in direzione opposta con
altre mercanzie: grano, tessuti, spezie, riso, dopo aver venduto
i "prodotti del mare" caricati nel porto di Genova, ma
anche olio, sapone, formaggi. Tra questi il prezioso sale, "l'oro
bianco", al tempo unico metodo di conservazione per gli alimenti
deperibili.
Ma la strada era percorsa anche da eserciti, da pellegrini e da
tutti coloro che avevano necessitá di spostarsi da un centro
all'altro, poiché essa faceva parte di un complesso sistema
di mulattiere, che metteva in comunicazione fra loro ogni paese,
mulino, fonte o castello.
Al tempo del monarca longobardo Liutprando, vi transitó infatti
il corpo di Sant'Agostino, sottratto dal Re barbaro agli Arabi che
occupavano la Sardegna; trasportato a Sampierdarena via mare, fu
trasferito a Savignone e poi da lí condotto a Pavia molto
probabilmente anche attraverso la "Via del Sale": segno
di questo passaggio avvolto dalla leggenda, é ancor'oggi
la particolare venerazione del Santo che si professa a Savignone
e Vergagni.
La strada, caratterizzandola dalle altre che attraversavano l'Appennino,
dopo il 1495 fu detta "Via dei Feudi Imperiali", poiché
percorreva le terre soggette all'Impero e al potere dei suoi vassalli.
Nei feudi fliscani di Savignone, Croce e Mongiardino poi, fu chiamata
ufficialmente "Strada del Pedaggio", a testimoniare l'importanza
economica che il percorso assunse per i territori situati alle spalle
di Genova, come via alternativa ed antagonista alle strade ufficiali,
autorizzate dalla Repubblica per la "Condotta del Sale"
(come quella della Bocchetta).
Ma la "Provvista dé Sali " creava tensioni anche
con lo Stato di Milano, che nel `700 si rivolse al rappresentante
cesareo in Italia per protestare in merito alla gran quantitá
di sale che dalla Repubblica (e con l'appoggio della stessa), entrava
di contrabbando in Lombardia attraverso i Feudi. Gli appaltatori
milanesi del commercio si proposero anche per rifornire i territori
Liguri "al prezzo di un Soldo, e mezzo moneta di Milano per
ogni libbra", migliorando cosí la condizione dei sudditi
imperiali, altrimenti "costretti a provvedersi dé Sali
dá Genovesi all'esorbitante prezzo di Soldi due e mezzo per
ogni libbra ". Evidentemente ognuno aveva il suo tacito guadagno
da questi traffici.
Su esempio delle strade della Repubblica, anche questa dell'Oltregiogo
imperiale disponeva di servizi e mansioni pianificate dai feudatari,
i quali traevano la maggior parte dei loro guadagni proprio dalla
regolazione dei traffici lungo la strada e che si opposero sempre
all'introduzione di una tassa sul commercio del sale.
Giá negli "Statuta Criminalia et Civilia Jurisdictionis
Savinioni" del 1487, sono contenute diverse norme inerenti
la regolamentazione del pedaggio per chi attraversava il feudo dei
Fieschi, che divennero piú precise nella "nuova"
edizione degli "Statuti del feudo di Savignone"redatti
attorno al 1630: nel capitolo XXXVI infatti si ordina: "che
ciascuna Persona forestiera di qualsivoglia Stato o Condizione si
sia, che passerá per il Territorio, o Giurisdizione detta
con Bestie, o Mercanzie, che debbano pagare il Pedaggio sia obbligato,
e debba pagarlo intieramente, et in tempo e secondo il solito, e
consueto al Pedaggiero, che gli tempi sará sotto pena di
perdere la robba, e le bestie sopra le quali fosse carrica".
Come si comprende dalle leggi emanate da Lorenzo Fieschi nel 1733,
la tassa era riscossa a Crocefieschi e il provento della "Gabella
della Croce" spettava per due terzi a detto borgo e per un
terzo a Savignone.
Prima della divisione del feudo savignonese in due parti, Crocefieschi
era infatti la piazza commerciale principale lungo la Via dei Feudi,
ruolo assunto da Casella dopo i11678, anche grazie alla costruzione
della "volta mercantile", il Palazzo con funzione di "portofranco"
fatto erigere appositamente dai Conti Fieschi. La Croce peró,
come giá detto, continuó a regolare il transito delle
merci con l'esazione del pedaggio e fu sede di grandi magazzini
come lo fu Rocchetta.
Vobbia possedeva invece una spiccata vocazione locandiera, orientata
verso il ricovero e lo stallaggio di uomini e animali, poiché
"come le navi a vela dovevano affrontare le tempeste e le bonacce,
e cercavano spesso rifugio in porticcioli e ripari presenti lungo
le Riviere, cosí le lunghe carovane di muli carichi potevano
incontrare burrasche e frane, o salite sotto il sole cocente. Anche
i muli avevano quindi bisogno di rifugi organizzati, dove potessero
essere scaricati, asciugati e nutriti, assieme ai loro vetturali".
In quasi tutta la cartografia del XVII e del XVIII secolo é
riportato il percorso della Via dei Feudi Imperiali, spesso con
considerevole precisione; molto interessante é una mappa
del 1696 realizzata dal cartografo Della Spina De Mailly che riporta
il tracciato indicando anche "Ubia" (Vobbia) e "La
Preda", ossia il defilato Castello della Pietra, oltre ai consueti
toponimi di Croce e Monte Salato.
A tal proposito va notato come di questo percorso sono rimaste diverse
tracce appunto tra i toponimi: per esempio Crocetta e Croce indicano
un incontro di percorsi; Costa Salata e Salata di Mongiardino devono
il loro nome all'oro bianco; Sarmoria, deriva da salamoia.
Inoltre l'organizzazione urbana dei centri storici di Cortino, Casella,
Crocefieschi, Vallemara, Rocchetta Ligure, ecc. rivela il passaggio
di un importante percorso e l'antica presenza di magazzini, colombaie,
ricoveri, locande, ce ne fornisce ulteriore conferma.
Ritrovamenti archeologici come quello di monete romane avvenuto
presso Orero (Tesoro di Molinetti, 1923) o di monete genovesi a
Torre di Vobbia (1995) o altri ancora, in zone piú defilate,
testimoniano inoltre la millenaria frequentazione di questa "autostrada"
dell'antichitá, mentre storie e leggende diffuse nei paesi
tramandano piú vicini scorci di vita, che rivelano quale
grandissima importanza socio-economica avesse "la Via"
per i borghi che attraversava.
Chi seguiva la Strada dei Feudi Imperiali e le sue innumerevoli
varianti, doveva mettere in conto oltre alle insidie "naturali",
anche eventuali aggressioni di ladri, briganti e soldati nemici:
lungo il suo percorso infatti sono stati rinvenuti resti di varie
persone, uccise forse da cattivi compagni di viaggio, da malviventi
che assalivano le carovane o da qualche oste disonesto.
Negli anni '30 proprio a Vobbia, durante la costruzione di una casa,
si trovó lo scheletro di un giovinetto, mentre pochi anni
prima furono rinvenute le ossa di un uomo, seppellito sotto le ciappe
dell'uscio di un'antica locanda! Nel 1707 un ragazzo di circa vent'anni
fu ucciso allo Scaglione, mentre nel 1735 Giacomo Oberti fu colpito
a morte nella ghiaia del Vobbia... ma
questi non sono che alcuni esempi. I viandanti incontravano pure
il conforto e l'assistenza delle confraternite, la vigile presenza
di cappelle, fortificazioni, castelli e dogane, dalle quali i feudatari
controllavano il loro territorio e si impegnavano a mantenere sicura
la percorrenza della strada.
Ancora nel 1800 la Repubblica Ligure emanó un regolamento
che indicava le vie per le quali "i vini forestieri" potevano
essere introdotti nel genovesato orientale: una percorreva il fondovalle
dello Scrivia, mentre l'altra provenendo "da Dernice entra
nei Monti Liguri alli confini di Canta-lupo, passa alla Rocchetta,
Vergagni, Croce de' Fieschi, Casella, Croce d'Orero, e cala nel
Bisagno all'Olmo per via della Torrazza ".
Lo stesso Governo nel 1804 autorizzó la "Commune della
Croce a ripristinarel'antica Tariffa del Pedaggio" allo scopo
di risanare i1 bilancio.
La strada fu ancora utilizzata per tutto il XIX secolo, ma con l'apertura
dei nuovi percorsi e delle linee ferroviarie attraverso i Giovi,
iniziò la sua crisi, anche perché era ormai tramontato
un mondo, quello feudale, che traeva il suo sostentamento da pedaggi
e tasse e che "giocava" sul sottile filo che divide il
commercio dal contrabbando: le merci viaggiavano ormai sulle sicure
strade ferrate.
La Via del Sale o dei Feudi Imperiali restò cosí una
strada di importanza locale per i paesi delle alte valli fino al
secondo dopoguerra, quando con la costruzione delle due "provinciali"
per Mongiardino e Crocefieschi, anche Vobbia ed i suoi abitanti
non ebbero piú bisogno del millenario percorso.
Cosí il mulo é stato soppiantato dai camion e dai
trattori, la "strada" sostituita o ricalcata dalle moderne
rotabili, mentre la maggioranza delle osterie e degli alloggi, svuotati
da tempo della loro utilità, sono stati chiusi e con la loro
scomparsa sono cambiati profondamente anche i paesi montani.
Ora le tracce di questo mondo antico si fanno piú difficili
da riconoscere, ma lo "spirito" di questa via di frontiera
per contrabbandieri, carovanieri e mercanti, rivive spesso sul greto
dei torrenti in occasione del "Palio dei Gampi" o di altre
rievocazioni storiche.
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