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  La Via dei Feudi Imperiali, comune di Vobbia  
 


La Via dei Feudi Imperiali in Val Vobbia

Illustriamo ora alcune tracce "vobbiesi" dell'antica via commerciale iniziando dalla localitá Fabio.
Oltrepassato un arco, notiamo alcune abitazioni non ancora restaurate, internamente conservano volte ad arco e poi camini e colombaie, strutture diffuse lungo tutta la Via, segni dell'antico utilizzo a locanda e legate alla necessitá di inviare e ricevere messaggi.
Una é costruita su tre piani, con all'ultimo ancora i resti del terrazzo in legno, ricoperto da mattonelle in cotto e dotato di una grondaia piuttosto sporgente. Al pianterreno esiste tuttora una grande sala e una scala di pietra porta fino all'ultimo piano, mentre sul davanti l'avancorpo ospita la cucina-seccatoio, coperta di coppi e dotata di camino, che certamente un tempo mancava poiché il fumo usciva direttamente tra le scandole del tetto.
Su di un muro laterale, all'altezza del solaio, una fila di fori ospitava i colombi che vi potevano nidificare. Questo complesso é uno dei pochi edifici dove é possibile decifrare le antiche tecniche edilizie.
Vicino a questa costruzione ve ne é un'altra, nella quale esiste ancor'oggi un camino a muro che era un lusso di pochissime case e di qualche osteria; anche le abitazioni adiacenti erano locande.
Attraversato il torrente Fabio ed arrivati a Vobbia, si possono notare diverse antiche case, tra cui quella vicina alla cabina di derivazione dell'energia elettrica, che conservava fino a poco tempo fa le vecchie finestre alla genovese: ante di legno con in alto due sportelli (una specie di wasistass) che venivano aperti per lasciar passare la luce, poiché mancavano i vetri.
I solai erano di legno con travi di accurata fattura, mentre le porte del pianterreno erano "a dente", cioé con un'anta lunga fino a terra e l'altra corta per formare una vetrina, su di essa era posta l'insegna di locanda: "l'amua ", cioé la caraffa del vino. Attualmente questo edificio é stato ristrutturato e molte delle antiche caratteristiche sono andate perdute.
Eseguendo appunto lavori di riparazione e scrostando i vecchi intonaci si é scoperto che la maggior parte delle case del paese aveva un porticato coperto, dove le bestie potevano ripararsi in caso di pioggia e dove i mulattieri caricavano e scaricavano le some senza doverlo fare nel vano buio della stalla, o sotto la pioggia battente. Anche l'Oratorio probabilmente recava sul fondo un portico che venne chiuso quando esso fu ingrandito.
Molte abitazioni erano dotate al pianterreno di stalla e tuttora ne esiste una che al tempo poteva alloggiare fino a 30 o 40 muli: sulle pareti vi sono ancora infissi gli anelli ai quali venivano legati.
Questa casa, insieme ai volumi che vi sono stati addossati in seguito da ambo i lati, era proprietá di una famiglia di osti: i Beroldo. Essa é infatti una costruzione a schiera che crebbe assieme alla famiglia che la abitava. Ludovico, vissuto a cavallo fra il 1600 ed il 1700 ebbe un gran numero di figli e tenne sempre al suo servizio un garzone, segno che il lavoro non gli mancava. Dai vari stati d'anime della prima metá del 1700 si ha notizia che vari altri locandieri avevano persone al loro servizio.
Ma che cosa facevano garzoni ed ancelle?
Certamente dovevano accudire le bestie dei viandanti e del padrone, procurando loro il fieno, pulendo le stalle e recandosi pure nei paesi vicini a portare o ritirare merci. Le donne invece aiutavano la padrona di casa ad attingere l'acqua nel torrente o nella gorra del mulino, a cucinare, a fare il pane, a servire gli avventori, a mungere, a preparare burro, formaggio, ecc..
I viandanti che passavano da Vobbia e che vi si fermavano a pernottare non disponevano certamente di molte comoditá: del resto queste mancavano anche nei locali delle cittá. In paese trovavano il fabbro, che esercitava anche l'arte del maniscalco e poi il fornaio, il mugnaio, varie botteghe e dalle quattro alle sei locande.
Che cosa si mangiava nelle osterie vobbiesi? Soprattutto castagne cotte in tutti i modi, pane di grano e di farina di castagne, gnocchi e tagliatelle, minestra di verdure, qualche frittata di ortiche, stufato di capra e di... gatto.
E poi dopo i pasti chissá quante partite a "tre sette" e alla "morra" sono state giocate nelle stalle, al chiarore di un lume ad olio o nelle cucine, alla luce del focolare. Quante vincite e quante perdite!
Si dice che qualcuno si giocasse addirittura i denti d'oro! Ma si mettevano in palio pure le capre, le pecore e i terreni: alcuni appezzamenti che sono stati vinti al gioco sono ancora in possesso dei discendenti dell'antico vincitore!
Vobbia era infatti famosa per i giocatori, un adagio del XIX secolo cosí recitava: "Chi passa da Vobbia e non resta gabbato o che il Fratino non c'é o Paolo é malato ".
Personaggi vobbiesi, "Fratino" e "Paolo" esistiti veramente, tali Giovanni Rebottaro (1801-1888) e Paolo Ratto (1799-1857).
La strada piú frequentata lasciando Vobbia proseguiva lungo il greto del torrente Vallenzona.
Ma come venivano attraversati i torrenti? D'estate il problema non esisteva poiché l'acqua era molto scarsa e in tempi normali si utilizzavano delle passerelle di legno, oppure le "prelé", cioé grosse pietre messe nel canale a distanza di un passo l'una dall'altra, sulle quali si transitava.
Le passerelle erano invece scalandroni di legno larghi non piú di sessanta centimetri, legate ad un ancoraggio a riva, di modo che le piene non potessero trascinarle via. Ma quando le passerelle e le "prelé" venivano travolte dalle piene, si ricorreva ai trampoli, i famosi "gampi", che facevano parte del corredo dei mulattieri, i quali erano in genere molto abili nell'usarli per oltrepassare le acque in piena.
Essi conducevano il primo mulo della carovana con la briglia tenuta fra i denti e si addentravano nel corso d'acqua saggiando attentamente il terreno, ma naturalmente i muli erano abituati a questo genere di attraversamento e obbedivano docili al comando del padrone.
Certamente quando la corrente era troppo impetuosa il soggiorno nelle locande si prolungava, fra una partita a carte e una trattativa commerciale, con la silenziosa e felice compiacenza dell'oste.
Lungo il greto del Vallenzona, sulla riva destra, addossata al terreno, sorgeva un'altra piccola locanda: la casa del "Seggiá"; ora non ne rimangono che i ruderi. Era composta di due parti, con l'ingresso "a dente" ed una tettoia in legno per il ricovero degli animali; alle sue spalle prosperavano i vigneti con i quali si produceva il vino da servire agli avventori.
In molti documenti catastali del settecento, i terreni vicini sono chiamati "Mercato vecchio ": forse perché lí aveva luogo una fiera, mentre l'abitazione si chiamava "Cá du Seggiá" poiché uno degli abitanti che vi si sono susseguiti nel tempo, costruiva secchi di legno, i "seggelli" e "segge ", cioé mastelli. Intorno a questa casa c'erano inoltre molti alberi di noce e di fichi e la tradizione vuole che sui loro rami si ritrovassero le streghe per il sabba.
Poco oltre, allo Scaglione, vi era un gruppetto di case e una cappella dedicata alla Madonna (Santa Maria dello Scaglione), che furono saccheggiate e distrutte nel 1625 dalle truppe di passaggio durante la guerra fra il Ducato di Savoia e la Repubblica di Genova; questo villaggio si trovava alla confluenza fra il rio Sarmoria e il torrente Vallenzona e faceva parte della parrocchia di Arezzo.
Sempre lungo la Strada del Sale, sotto Salata di Mongiardino vi era il "Casone di Salata" di proprietá dei Fieschi che lo affittavano insieme ai terreni circostanti, si dice che in esso vi fosse pure una prigione; in questo tratto, intersecato dalla "provinciale" é visibile ancora l'antico selciato.
Da uno scritto dell'arciprete di Mongiardino, Giovanni Paolo Ferrari (1638 - 1668), risulta che lí esistesse pure una cappella dedicata a S. Rocco e S. Gerolamo. Sulla Costa poi, la strada valicava il colle a sinistra delle case, mentre la provinciale attuale passa a destra, da qui scendeva poi verso Mongiardino e la Valle Sisola, lasciando il territorio vobbiese e i feudi fliscani.
Alcuni anni fa tra Croce e Vobbia la Comunitá Montana ha installato alcuni pannelli che illustrano il tratto ligure della Via del Sale, mentre una piú dettagliata mappa é stata posizionata sul valico in territorio piemontese, dall'omonimo Ente delle Valli Spinti e Borbera.
Inoltre, a dimostrare la molteplice valenza del percorso, a partire dal 1999 il tratto Genova-Cantalupo é stato ripulito dal C.A.I. - U.L.E. di Genova, che organizza su iniziativa del sig. Angelo Albanesi, gite ed escursioni con lo scopo di recuperare a fini turistici e culturali l'antica Via. In particolare nel 2003 un trekking di tre giorni é stato organizzato con la collaborazione della Provincia e di altri soggetti ed ha avuto un ottima risonanza sui mezzi d'informazione.
La Via del Sale é stata anche oggetto di diverse tesi universitarie tra cui una specifica, che ne ipotizza e pianifica il recupero.







 
 
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