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  VOBBIA Epidemie e flagelli  
 

Epidemie e flagelli
Come ogni popolazione e comunità i Vobbiesi hanno dovuto affrontare situazioni particolarmente difficili nel corso della storia; il succedersi degli avvenimenti, le invasioni e i movimenti migratori hanno favorito spesso il dilagare di epidemie e anche la natura a volte non è stata benevola. La tradizione ci ricorda che i Vobbiesi in ogni situazione difficile si rivolsero sempre a Dio e alla Madonna loro protettrice. Nel 1699 si verificò una invasione di insetti devastatori che interessò le valli di Vobbia e Sisola; a migliaia si fermarono sui campi danneggiando ogni cosa e gettando nella disperazione i contadini che, non sapendo più come fare per salvare i terreni, si rivolsero al Papa affinché pregasse per loro con “preghiere speciali” (Cfr. Ratto Maria, La Parrocchia di Santa Maria delle Grazie di Vobbia, 1997). Questi attraverso l’Arcivescovo di Genova G. B. Spinola, concesse loro di fare un triduo con digiuno, processione, elemosina ai poveri e ancora visita a una Chiesa, confessione, comunione e benedizione con il legno della Croce. A Vobbia la tradizione ha conservato per molto tempo nei suoi rituali il ricordo di questo periodo e della successiva grazia: nelle rogazioni infatti si recitava l’invocazione alla protezione dagli insetti, composta da una prima preghiera per il perdono dei peccati per i quali Dio ha castigato con il flagello, una seconda con la quale si invoca la misericordia di Dio e una terza che è una forma di esortazione pronunciata dal Parroco affinché gli insetti si allontanino. Secondo la tradizione protettore contro le invasioni degli insetti era San Venanzio, per il quale venivano raccolte elemosine contro l’infestazione dei vermi; in realtà per il flagello del 1699 il Santo non è invocato direttamente. Nel 1747, anno di importanti avvenimenti storici, una terribile epidemia di peste sconvolse non solo Vobbia ma anche Crocefieschi; queste erano le mete dei profughi provenienti dai paesi della Valle Scrivia che avevano dovuto lasciare le loro case a causa degli scontri tra Genovesi e Austriaci, dopo che questi ultimi erano stati cacciati da Genova grazie al gesto eroico di Balilla. Ad avere la peggio fu Casella che venne anche incendiata, ma danni si registrarono pure a Busalla e costrinsero alla fuga molti valligiani; tra quelli rifugiatisi a Vobbia e Crocefieschi e quelli che avevano preso la via dei boschi il numero doveva essere davvero elevato. A Crocefieschi era poi stanziata una guarnigione dell’esercito austriaco e fu proprio all’interno di questa che scoppiò una terribile epidemia di peste; dilagando provocò morti non solo tra i soldati ma anche tra gli abitanti della cittadina (se ne contarono in tutto 210). L’epidemia non risparmiò Vobbia che, come Crocefieschi, aveva accolto profughi valligiani. Il tasso di mortalità era salita o tal punto che si ricominciò a seppellire in oratorio oltre che nella Chiesa. Questo terribile flagello fu peggiorato dalla mancanza di cibo e di abitazioni, dovuta alla massiccia immigrazione; come afferma Maria Ratto “bisogna ricordare che il nutrimento era scarso quando c’erano solo i Vobbiesi, immaginiamo quando dovette essere diviso con altre persone”. Se i più ricchi potevano permettersi di alloggiare nelle locande, gli altri erano costretti a vivere e dormire nel fieno delle stalle o nelle abitazioni più povere. Un’altra terribile epidemia si abbatté su Vobbia poco più di un secolo dopo; nel 1855, subito dopo aver celebrato la Messa del 13 agosto, festa patronale del paese, il Parroco Arciprete Tomaso Bacigalupo morì in canonica all’improvviso. Era il primo caso di una epidemia di colera che avrebbe colpito ben cinquantaquattro parrocchiani; a nessuno mancarono i conforti religiosi. La fine di questa terribile sciagura coincise con il voto dei superstiti di portare ogni 29 agosto in processione la statua della Madonna; a N. S. delle Grazie infatti i Vobbiesi si erano rivolti per scongiurare il male.




 
 
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