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  VOBBIA La Parrocchia  
 

Il paese di Vobbia ha festeggiato i 300 anni della sua Parrocchia; fino al 1697 infatti il suo territorio era assoggettato alla Parrocchia di Noceto la cui Chiesa fu costruita intorno al 1000. Essa tenne sotto la sua giurisdizione, oltre a Vobbia, i centri di Selva e Torre e Costa Clavarezza e il suo ruolo di prim’ordine tra tutti questi paesi era dovuto al fatto che si trattava del nucleo con il maggior numero di abitanti. Dal canto suo Vobbia era importante perché punto di sosta per molti viandanti che percorrevano la via del Sale, ma quanto a popolazione non raggiungeva Noceto; questa situazione però mutò intorno al 1600, quando Vobbia, ingrandendosi, cominciò a sentire la necessità di una Chiesa propria che si espresse nella costruzione dell’oratorio dove, ottenuta, l’autorizzazione e la consacrazione, si poté celebrare la Messa. Tuttavia la necessità del trasferimento della sede parrocchiale da Noceto a Vobbia si faceva più pressante, anche perché da una relazione dell’Arcivescovo di Mongiardino era proprio quest’ultimo paese ad avere il maggior numero di fuochi; la richiesta si concretizzò con il decreto dell’Arcivescovo Cardinale G. B. Spinola emanato il 22 giugno 1697. Come è ovvio immaginare la popolazione di Noceto non fu per nulla contenta di questa decisione; oltre a perdere prestigio come paese gli abitanti vedevano la loro Chiesa relegata al ruolo di cappella e, quel che è peggio, per assistere alla Messa si vedevano costretti a recarsi altrove. Questo comportò un aumento dell’ostilità tra i due paesi e gli abitanti di Noceto arrivarono ad accusare Parroco e cittadini di Vobbia di aver sottratto alla loro Chiesa arredi, suppellettili e addirittura le campane, cosa ovviamente negata dagli accusati; in conclusione un clima non certo sereno che rendeva difficili i rapporti tra i due paesi. La tradizione vobbiese fa risalire ad un certo Zerbun la fondazione della Chiesa e la data a mezzogiorno del 10 agosto che potrebbe corrispondere alla seconda Domenica del mese, rimasta poi come festa patronale; l’anno, non citato, dovrebbe appunto essere il 1697 o il 1698. Ad occuparsi dei lavori di ampliamento e sistemazione, necessari dal momento che la costruzione era piccola e mancavano la sacrestia e la canonica, fu don Beroldo, sorretto dal grande entusiasmo della gente che non si risparmiò per aiutare e collaborare alla costruzione. In effetti la fatica fu immensa; sabbia e pietre venivano prelevati dal torrente, furono costruite fornaci per la cottura della calce e i blocchi di tufo vennero portati a spalla o con i carri dai luoghi intorno a Barna, percorrendo non pochi chilometri. Nel 1716 si registra una interruzione dei lavori per la quale addirittura i Vobbiesi ricevono una lettera di sollecito dall’Arcivescovo; Don Beroldo era assente non si sa per quale motivo. Pare tuttavia che l’anno dopo la Chiesa avesse la sua copertura e mancasse poco al suo completamento; è difficile per noi ricostruire con precisione le varie fasi di questa edificazione, le spese sostenute e i lavori eseguiti, dal momento che nell’archivio mancano i registri di contabilità relativi a quegli anni, portati via da Don Beroldo (che nel 1717 non era più rettore a Vobbia) o trafugati da qualcuno durante la sua assenza (cosa che appare molto probabile visto anche il decreto emanato dall’Arcivescovo con il quale si minacciavano di interdetto i debitori alla Chiesa che, nel tempo massimo di un mese, non avessero restituito il dovuto, compresi gli oggetti trafugati. Le prime celebrazioni nell’edificio sacro risalgono al 1723 ed è in quell’anno che viene acquistata una statua della Madonna; nel 1728 però Noceto riacquista il ruolo precedentemente perduto di Parrocchia e ciò costringe alla divisione dei beni tra i due paesi. La Chiesa di Vobbia viene intonacata nel 1734 e munita di portale l’anno dopo. Acquisti, lavori e allestimenti vengono fatti lentamente nel corso degli anni anche perché Vobbia deve fare i conti con momenti difficili quali ad esempio la terribile epidemia di peste di metà ‘700, portata dai Francesi e peggiorata anche per la massiccia invasione di fuggitivi da Busalla, Casella e altri paesi della valle; a fine ‘700 si fa avanti la paura dei furti a causa delle scorrerie dell’esercito francese e questo spinse i Vobbiesi a portare a Genova gli argenti e a mettere al sicuro le campane. Il tetto della Chiesa era composto di tegole di legno e così rimase fino al 1868, anno in cui vennero acquistati coppi e tegole da porre sulla struttura lignea; questi venivano cotti in una fornace e portati alla Chiesa la Domenica dai bambini che prima della Messa si recavano fino là a piedi nudi.
Deportato vobbiese a Mauthausen
Molti furono i cittadini della Valle Scrivia deportati nei campi di concentramento; la maggior parte di essi furono condotti a Mauthausen, campo tristemente noto dell'Austria, e non fecero mai più ritorno a casa. Tra i pochi superstiti di quella terribile e atroce esperienza vi fu Francesco Cavagnaro, unico dei prigionieri di Vobbia a tornare a casa circa un anno dopo il suo internamento; fu catturato dai Tedeschi nell'aprile del 1944 proprio nel suo paese assieme ad altri ragazzi di Vobbia. Aveva trent'anni, aveva già combattuto e vissuto la guerra e si trovò di colpo prigioniero, in viaggio verso quella che si sarebbe dimostrata l'esperienza più atroce della sua vita. Entrarono nel campo di concentramento di Mauthausen il 16 aprile; Cavagnaro, come tutti i prigionieri, divenne un numero, matricola 63715. La stella rossa cucita sulla sua casacca indicava che era un prigioniero politico. La vita era terribile, di una durezza inaudita; i suoi compagni vobbiesi non ce la fecero a sopravvivere:" Sono morti di stenti, di fame e me li sogno sempre di notte. Che fine orrenda", disse in un'intervista a "Il Ponte" nel 1984. Tornò soltanto lui a casa, dopo più di un anno; il 5 maggio del 1945 fu liberato dal campo di Linz 3 collegato a Mauthausen ed ebbe la vita salva proprio grazie alla debolezza alcuni soldati austriaci. "Paradossalmente fummo "salvati" dai soldati della Whermacht; eravamo chiusi in un bunker che doveva saltare con tutti noi dentro, questo era il progetto delle SS, ma alcuni militari austriaci non se la sentirono di eseguire questo terribile ordine" racconta sempre nella stessa intervista. Ma i ricordi più vivi sono legati al Natale del 1944, trascorso rinchiuso nel campo di concentramento; in quella occasione un prete polacco, anche lui internato, usando il pane riuscì a distribuire la Comunione e nello stesso periodo Cavagnaro riuscì in maniera incredibile ad avere un pacco speditogli da sua madre. Stava andando in colonna verso l'officina dove lavorava quando vide un uomo con i pantaloni grigioverdi; era un italiano e potè parlare con lui, cosa peraltro rischiosa perché punita con la fucilazione immediata. Quest'uomo era di Sestri Ponente; Cavagnaro non riuscì mai a capire come fece ad avere il suo indirizzo di casa e come riuscì a scrivere alla madre del giovane vobbiese, fatto sta che a Natale quest'ultimo ricevette un pacchetto inviatogli proprio da sua madre e consegnatogli nel campo da un Triestino. Dentro vi trovò un pacchetto di sigarette "Nazionali", cartine per il tabacco, un paio di calze e una lettera; soprattutto sigarette e cartine si dimostrarono una ottima merce di scambio che gli permise di mangiare "parecchi bocconi di pane".
La leggenda del ponte di Zan
La nostra valle è ricca di leggende che arricchiscono la nostra tradizione e ci legano ai luoghi nei quali viviamo: di alcune abbiamo già parlato in passato, ma non abbiamo mai raccontato una delle leggende più famose a Vobbia, quella legata al ponte di Zan. Molti di voi la conoscono già, magari qualche nonno la raccontava alla sera ai bambini un po' incuriositi e un po' spaventati: le storie di diavoli hanno sempre suscitato fascino e timore. Lungo la strada che da Isola del Cantone porta a Vobbia si incrocia ad un certo punto il rio Busti, un ruscello che in passato creava non poche difficoltà a chi avesse dovuto attraversarlo, soprattutto nei mesi d'inverno; il ponte in pietra ad arco tutto sesto, che ancora oggi è possibile ammirare, è il protagonista di una leggenda che si tramanda nella nostra valle. Secondo gli storici si tratta di un'opera fatta costruire da Giovanni Malaspina, figlio di Opizzone della Pietra, signore dell'omonimo castello nella seconda metà del XIII secolo. Secondo la leggenda invece un castellano il cui nome doveva essere Zan o Zane, incontrò il diavolo, che si offrì di costruire proprio un ponte sul rio Busti per ovviare alle difficoltà di attraversamento che gli abitanti della zona dovevano affrontare nei mesi invernali: in cambio chiese al castellano Zan la prima anima che sarebbe passata di lì. Il castellano accettò e se ne andò. Il mattino dopo assieme al suo cane tornò sul posto per verificare che il lavoro fosse stato ultimato e in effetti il ponte era pronto: era il momento di dare al diavolo l'anima pattuita. Senonché il castellano, che evidentemente uno sciocco non era, fece in modo che il primo a transitare sul ponte fosse proprio il suo cane. Il diavolo non digerì l'affronto e iniziò a meditare vendetta: rimase così nascosto nei pressi del ponte per molto tempo, finché un giorno il castellano Zan tornò e seppellì nei pressi del ponte un forziere con un tesoro: il diavolo ovviamente si precipitò a vedere di cosa si trattasse e fece in modo che chiunque da quel momento in poi cercasse di riportare alla luce il forziere fosse travolto da una frana di pietre. E così fu per molto tempo: nessuno poté recuperare il forziere finché alcuni secoli dopo, proprio durante la costruzione della chiesa parrocchiale di Vobbia, una processione di fedeli vobbiesi guidata dall'allora parroco del paese, si recò nel luogo in cui era seppellito il tesoro per recuperarlo. Il diavolo si preparava a dar vita ad una nuova frana, ma il parroco cosparse il terreno nel quale si trovava seppellito il forziere con acqua santa e si fece il segno della croce. A questo punto, secondo la leggenda, si sentì un fortissimo boato e il diavolo fuggì via, liberando il luogo da quella che era una vera e propria maledizione. E' possibile leggere la leggenda, insieme a molte altre, anche su questo sito.




 
 
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